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Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italiani

Tutto ciò che riguarda la filatelia degli antichi stati italiani (ASI)

Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » gio apr 27, 2017 10:12 am

CACCIATORI DI UNICORNI

”Facile fare una grande collezione di Antichi Stati, se si ha a disposizione tanto denaro”.

Questa affermazione si colloca d’ufficio nella top-five delle più grandi falsità filateliche di tutti i tempi.

La vita umana non è la pura logica formale, dove esistono solo il vero e il falso. Nella vita ci sono cose tendenzialmente false, ma che di quando in quando conoscono eccezioni, e ci sono cose generalmente vere che a volte sono però disattese; ce ne sono poi altre con l’apparenza della verità, ma che a indagar bene si scoprono false, e viceversa; e ce ne sono altre ancora che vanno a intermittenza, ora vere, ora false, secondo il momento.

Ma questa – “facile fare una grande collezione, se si ha il denaro” – è proprio falsa, falsa e basta, come i soldi del monopoli, come un serpente zoppo, anche se in molti la credono vera, contro ogni evidenza.

Niente di peggio di un collezionista privato del benefico, salutare e educativo “vincolo di bilancio”, nulla di più pericoloso del filatelico che può permettersi di comprare senza chiedere il prezzo. Tutti i suoi peggiori impulsi vengono fuori e per di più tutti assieme: l'ego, la vanità, la smania di possesso, la perversione di un album traboccante, lo smarrimento del gusto e della passione genuina, la tendenza a vedere ovunque cose interessanti, che meritano di esser prese, la perdita di ogni capacità di discernimento. Qualcuno pensa davvero che il Signor Pedemonte avrebbe potuto costruire la “Pedemonte” solo col denaro, senza un Giulio Bolaffi alle spalle? Qualcuno crede davvero che la forza del Signor Luxus erano i suoi denari, prima ancora che la ristretta cerchia di grandi commercianti cui si era affidato?

Se non siete persuasi, provate anche voi a fare il mio stesso gioco. Immaginate di poter stampare tutto il denaro che vi serve, ma solo per acquistare francobolli, perciò non datevi limitazioni economiche per costruire la vostra collezione, e procedete pure, per tutto il tempo che desiderate, a setacciare i cataloghi di vendita via via disponibili e a saccheggiare da quei cataloghi tutto ciò che vi aggrada. E poi, alla fine della vostra scorribanda, trascorso un po’ di tempo, guardate pure la vostra opera, con tutta la lucidità che vi è possibile chiamare a raccolta. Ne avrete una sensazione di disgusto, simile a quella di un ubriaco al risveglio della mattina successiva una sbronza di quelle brutte e pesanti, dove si mischiano alcolici di vario tipo, per lo più di qualità scadente.

È in prima battuta la cogenza del vincolo di bilancio, che rende affascinante la filatelia ai miei occhi, specie in quest’epoca di strutturali eccessi di offerta, dove è un continuo fluire di proposte di materiale di ogni tipo, di offerte ossessivamente presenti ogni mese, ogni settimana, ogni giorno, senza sosta. Il collezionismo – e quello degli Antichi Stati più di altri – t’insegna la disciplina, l’autocontrollo, l’introspezione, il ragionamento, la riflessione. Il collezionismo ti educa, e lo fa attraverso il vincolo di bilancio, che ti sollecita continuamente a capire a fondo su quali tavoli scommettere, dove vale la pena puntare le tue fiches (che per tutti, anche per i più facoltosi, sono comunque limitate). Se parti svantaggiato in termini di denari, di fiches a disposizione nel tuo sacchetto, potrai sempre recuperare in termini di intelligenza e selettività, perché tanto più denaro si possiede, quanto più alto è il rischio di mosse sbagliate, di passi affrettati, di impulsi mal governati, che svuotano i sacchetti dei tuoi concorrenti, cosicché potresti scoprire di gareggiare alla pari anche se all’inizio non ti sembrava (un po’ come avviene nelle gare di atletica, dove al pronti su via qualcuno sta più avanti e qualcun altro indietro, ma poi, sul tratto finale, che è quello che conta, si ritrovano tutti grosso modo allineati).

Ma c’è dell’altro, qualcosa di più sottile e accattivante. Poniamo pure che tu abbia tutto il denaro che ti serve, che tu sia un Bill Gates della filatelia, diciamo pure che ti è concesso il privilegio di stampare da te il denaro che ti occorre per comprare francobolli. E con questo cosa credi di aver risolto? Tu potrai pure potenzialmente comprare tutto ciò che desideri, ma … chi ti assicura che dall’altra parte ci sia qualcuno disposto a vendere? Questo fa della filatelia un’autentica magia. Certi pezzi non vengon via dagli album in cui riposano solo perché qualcuno è nelle condizioni di fare offerte “che non si possono rifiutare”. Al contrario, anzi: l’offerta si rifiuta quanto più non si può rifiutare, perché a volte tanto più alta è l’offerta per un francobollo tanto più si radica nel possessore la convinzione di non cederlo, più si offre meno possibilità si hanno di prenderlo, l’esatto contrario di quanto avverrebbe in un’asta. È paradossale, lo so, ma è un paradosso costruttivo che svela una delle anime più seducenti della filatelia. La filatelia degli Antichi Stati – un certo tipo di filatelia, intendiamoci, che non è però solo quella delle Grandi Rarità, ma è la filatelia di tutti quei francobolli che sembrano possedere un’anima, anche quando riconducibili a tipi relativamente comuni, come può esserlo un 4 crazie o un 10 grana – questa filatelia, dicevo, è un gioco di fatto di arte persuasiva, di affinità spirituali, è un lungo e incessante lavorio ai fianchi e ti trasforma in un cacciatore di unicorni, animali mitologici, che per gli scettici e i cinici neppure esistono, ma che tu sai verranno fuori prima o poi, e che per esser catturati richiederanno allora frecce, tante frecce, che devi perciò saper amministrare (e non vogliano gli dèi che tu debba scoprire di non averne abbastanza, quando ti passa davanti la preda che attendevi da tanto, che desideravi da sempre).

Questa è la magia della filatelia degli Antichi Stati: che la tua fortuna non è nel poter comprare certe cose, ma nel fatto che altri si siano decisi a venderle; che la tua forza non è nell’avere tanto denaro, ma nell’aver saputo centellinarlo in attesa di quel momento. La filatelia degli Antichi Stati è l’arte di saper rispettare gli appuntamenti.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » gio apr 27, 2017 1:44 pm

ASTA VACCARI

Suggerisco di seguire attentamente la sezione "Antichi Stati" della prossima asta Vaccari, scadenzata per il 6 maggio.
Sono davvero curioso di vedere come andrà.
Poi, magari, ne riparliamo.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mag 02, 2017 10:42 am

RITROVAMENTI

Pitigrilli ha scritto:Per me, al tempo dodicenne, fu irresistibile la tentazione di iniziare a frugare nei cassetti di tutte quelle suppellettili. Dentro c'era di tutto, cose che sembravano provenire da un altro mondo, da un'epoca oltremodo lontana e remota, oggetti antichi in un senso molto profondo. Vi trovai – tra le altre cose – decine di lettere affrancate con i valori del Regno d’Italia. Ne rimasi folgorato. Ricominciai allora a rovistare, non più con semplice curiosità, ma con un vivo e crescente interesse. Il fatto impressionante – ancora la ricordo – era che quei cassetti sembravano essere una fonte inesauribile di sorprese e ritrovamenti. Quando credevo di averli ormai saccheggiati in lungo e largo, di averli davvero rasi al suolo, ecco che, cercando ancora un po’ meglio, sempre qualcosa usciva fuori, ancora un’altra lettera, un’altra busta, un’altra cartolina, un qualche altro frammento.


Non dico che quel giorno lo ricordo come fosse ieri, perché non è vero. Sono passati oltre trent’anni, da quando entrai per la prima volta in contatto con i francobolli, e non posso certo avere precisa memoria di un evento così remoto. Ma la sensazione, quella sì, è vivida e pulsante, non mi ha mai abbandonato – anche se per un periodo è entrata “in sonno”, per poi inevitabilmente destarsi – e con ogni probabilità mi accompagnerà per il resto della vita.

Quando ripenso a quel giorno non posso far a meno di fantasticare. Chi è stato il primo a guardare i francobolli con occhi nuovi, con uno spirito diverso? Chi il primo a oltrepassare con l’anima la percezione fisica di una lettera affrancata? Per quanto tempo i 3 lire Rothschild e Farouk girarono da una mano all’altra, con non curante disinvoltura, prima che qualcuno riuscisse a vedere, a capire, e meglio sarebbe dire a “sentire”, il loro ineguagliabile fascino (che si sarebbe poi fatalmente tradotto in un altissimo valore economico)? E cosa ha provato costui? Quali emozioni, quali batticuori, quale eccitazione, quali vibrazioni?

Alcuni importanti ritrovamenti sono tra l’altro recenti, avvenuti in un’epoca in cui la filatelia si era ormai affermata e consolidata a ogni livello – sociale, culturale e economico – e l’emozione deve essere stata allora ancor più intensa. La più importante lettera del Pontificio – la più alta affrancatura di tutti gli Antichi Stati! – fu rinvenuta in Inghilterra soltanto nel 1953; ancora nel 1992 il Catalogo Sassone censiva una sola penta-colore di Modena, quando oggi ne conosciamo due; in tutta la letteratura specialistica si dice che non esiste il “primo giorno” del 10 centesimi del Lombardo Veneto, e oggi sappiamo che non è così; il secondo foglio intero del 20 bajocchi del Pontificio, non emesso, è un ritrovamento di nemmeno un decennio fa (quando si pensava che l’unico esistente fosse quello custodito in Vaticano; e il possessore dell’unico esemplare sciolto non penso sia stato invece troppo contento dell’improvvisa fuoriuscita, che a ogni momento potrebbe esser frazionata per esigenze commerciali).

Quel magico cassetto di quel mobile antico – da cui guardando bene, cercando meglio, riuscivo ancora a tirar fuori una lettera o una cartolina, quando ormai sembrava l’avessi saccheggiato del tutto e non avesse più nulla da offrirmi – quel cassetto incantato, ripensandoci, riproduceva in piccolo quel che avviene in filatelia su larga scala. Certo, più si va avanti, più passa il tempo, tante più cose escono fuori e meno ne rimangono da trovare, e poi la grande magia del collezionismo è proprio nel limitato numero degli oggetti del desiderio (non esistono la versione 2.0 del “3 Lire”, l’update della “Trinacria” o il nuovo modello dei “Marzocchi”, più accattivanti e user-friendly dei precedenti, con quella funzionalità in più che … come ho fatto sino a ieri a vivere senza?); ma la sensazione che possa sbucar fuori all’improvviso qualcosa di nuovo, la possibilità di qualche incredibile ritrovamento, per quanto progressivamente sempre più irrazionale, non abbandona mai il collezionista.

Cosa si prova a ritrovare un francobollo o una lettera, un documento o un giornale, mentre si ripulisce un solaio o una cantina, o si rimette a posto la vecchia corrispondenza di famiglia o si accatastano cartacce da destinare alla pattumiera? E se a venir fuori non è pezzo singolo, pur prestigioso, ma un intero archivio? E se quell’archivio non si limita a consegnarci nuovi oggetti, ma ridisegna la mappa del mondo conosciuto? Cosa mai si può provare, allora?

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mag 02, 2017 10:50 am

VITO VITI

La parola “tesoretto”, nell’uso corrente, si riferisce a disponibilità finanziarie sbucate fuori d’improvviso, che il Governo è riuscito a recuperare sbirciando un po’ meglio tra le pieghe dei conti pubblici, del bilancio dello Stato. Il termine è usato pure in numismatica con un significato simile, anche se più pregnante e tangibile, per indicare il ritrovamento di un complesso di monete antiche (che all’epoca erano un tesoro, che potrebbero esserlo tutt’oggi, e che comunque si “vedono e si toccano”, a differenza delle disponibilità finanziarie la cui sopravvenienza può dipendere da meri criteri di contabilizzazione); e “tesoretto”, per estensione, si usa anche in filatelia, quando si scopre in un sol colpo una corrispondenza di particolare interesse storico-postale (e economico).

Nel 1907, in America, la rivista Mekeel’s Weekly Stamp News di Boston diede notizia del ritrovamento del carteggio della “Ditta Viti” di Filadelfia, un complesso di circa 300 lettere, provenienti in prevalenza dal Ducato di Modena, nel periodo 1855-1859. Ci vollero ventiquattro anni prima che il fatto diventasse di pubblico dominio presso i collezionisti italiani, prima che i filatelici nostrani scoprissero “la novità” (e vien da ridere a dirlo oggi, in un’epoca tecnologica in cui l’effetto “novità” non oltrepassa le ventiquattro ore). È infatti del 1931 l’articolo di Emilio Diena, The Vito Viti Find, pubblicato su ”Il Corriere Filatelico”, interamente dedicato all’argomento (se ne può trovare la riproduzione sul Vaccari Magazine nr. 3 del 1990, e in ogni caso è disponibile anche in rete).

La vicenda – in breve – è la più classica delle fiabe, in cui uno sprovveduto si ritrova tra le mani un piccolo tesoro, un ”tesoretto”, e si offre di darlo via in blocco, per quei trenta denari che devono sembrargli un’enormità, rispetto allo scarso valore percepito. Intorno al 1905, nello studio di tal Alfredo Henkels, presidente del circolo filatelico locale, si presenta un mercante di stracci, per cedere un pacco di vecchie lettere il cui destino sarebbe stato altrimenti il torchio del macero. Poche storie e zero chiacchiere, il pacco va comprato così com’è nella sua interezza (”sold as is”, diremmo oggi) e pure con cortese sollecitudine, senza darsi l’eccessiva pena di un esame puntuale del suo contenuto. Prendere o lasciare, insomma, e per di più con una certa fretta. Henkels decise di accettare – ”a scatola chiusa”, è proprio il caso di dire – e quando ebbe modo di recensire con calma il contenuto del pacco … chissà cosa deve aver provato! Lettere in partenza da Modena, dirette a Filadelfia, recavano necessariamente affrancature di elevato valore nominale, segnatamente con esemplari da 1 Lira, che all’epoca era considerato uno dei francobolli più rari di tutti gli Antichi Stati Italiani. È sufficiente un dato approssimativo, per dare il senso della rivoluzione provocata dalla scoperta di quell’archivio: su circa 145 lire modenesi su lettera oggi conosciute, ben 116 provengono dal carteggio Viti (e diversi altri esemplari, a quanto si racconta, furono rimossi dalle lettere, per venire incontro alle richieste di collezionisti, evidentemente più interessati agli sciolti che non ai documenti, forse anche perché meno costosi).

Sono questo genere di storie ad aver probabilmente dato la stura al folklore delle rarità vendute a prezzi d’occasione nei mercatini domenicali, all’aneddotica di nipoti famelici desiderosi di monetizzare quanto prima gli alti valori degli Antichi Stati del nonno o, ancora, al paradosso di una filatelia che possa strutturalmente vivere di fortunate contingenze. Perché già con Eugene Klain e Mister Hemingway – due personaggi contemporanei a Henkels, anch’essi interessati ai francobolli – i contatti e la transazioni da cui vennero fuori altre lettere dell’Archivio Viti (e in particolare la celebre striscia di tre dell’80 centesimi del Provvisorio di Modena) si svolsero in modo più ortodosso e razionale, decisamente meno poetico.

Ma chi era questo Vito Viti, che col suo carteggio è inconsapevolmente assurto all’immortalità filatelica?

Vito Viti nacque a Volterra nel 1785, in una famiglia di mercanti di alabastro, all’epoca esportato in gran quantità verso gli Stati Uniti. Per ragioni sostanzialmente economiche – dettate dal desiderio di eliminare i costi di intermediazione – si trasferì a Filadelfia nel 1818, prese la cittadinanza americana, e mise su famiglia con un una signora d’origini scozzesi. Due dei suoi cinque fratelli lo raggiunsero anni dopo e la denominazione della ditta divenne allora ”Fratelli Viti”. Dal 1852 l’attività imprenditoriale si arricchì con l’opera dei figli Alonzo e Francesco. La famiglia era decisamente facoltosa. Il patrimonio societario era valutato in 100.000 dollari, quello personale di Vito Viti in 25.000. A settant’anni entrò in politica, per la serie ”non è mai troppo tardi”. Morì nel 1866, ricordato dai giornali dell’epoca come una figura di spicco della società locale.

Un’ultima notazione.

Lettere a lunga percorrenza si presentano inevitabilmente “vissute”, portano addosso, ancor prima che i secoli di storia, il travaglio di un tragitto non breve, accidentato e tortuoso, compiuto in un’epoca in cui i mezzi di trasporto non erano certo quelli odierni. È inevitabile, quindi, che il loro stato qualitativo lasci parecchio a desiderare. La “corrispondenza Vito Viti” – giudicata con i moderni parametri valutativi – si trova in condizioni tra il mediocre e la sufficienza scarsa, nella migliore delle eventualità (delle lettere provenienti dal Granducato di Toscana, per dire, non credo se ne salvi una). Quelle lettere sono poi comunemente attraversate da pieghe, che non di rado colpiscono anche i francobolli. La situazione più favorevole – nella corrispondenza con Modena – si ha quando l’esemplare da 1 Lira è perfetto e tutto il resto è quel che è (e perciò fatevelo piacere, anche se non vi piace, e non andate troppo per il sottile, che non è proprio il caso). Questo genere di documenti sono un rebus, per il collezionista di qualità. Le guardi e sembrano evocarti l’originario invito del commerciante di stracci al signor Henkels: prendere o lasciare, senza troppe raffinatezze, senza alcuna esitazione.

Non saprei dire se l’atteggiamento di Giulio Bolaffi era casuale (e son io ad averci montato sopra un’inesistente interpretazione) o se rispondeva invece a uno scopo preciso, se voleva mandare un messaggio preciso; sicuramente Giulio Bolaffi era restio a firmare in assenza di una qualità accettabile (figurarsi, non firmò le lettere col ”3 Lire” di Toscana!) e quando siglava francobolli rari di qualità, ma su documenti che complessivamente non raggiungevano i suoi standard, mi sembra si premurasse di farlo in stretta prossimità del francobollo, come se volesse circoscrivere la sua perizia al solo valore pregiato e non già all’intero documento.

Ho recensito una sola lettera “Vito Viti” con una spettacolare Lira di Modena (unita a un bel 40 centesimi), che reca la firma estesa di Giulio Bolaffi ben distanziata dai francobolli, quasi nel mezzo del documento, come se quella volta avesse voluto dare un apprezzamento a tutto l’insieme e non soltanto a una sua parte. Si trovava nella “Collezione Pedemonte”, enucleata anche nel volumetto separato “Capolavori Filatelici”, ed è una delle pochissime missive a non essere attraversata dalla solita, sgradevole piega, oltre a trovarsi in condizioni di conservazione davvero inusuali. Beato chi la possiede.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Funes » mar mag 02, 2017 2:38 pm

Interessante. Parli della Pennsylvania e di Volterra. E cosa c'entrano i francobolli del Ducato di Modena? Secondo me ti sei dimenticato un tassello della storia... e non un tassello di alabastro...

ciao
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    Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

    Messaggioda Pitigrilli » gio mag 04, 2017 3:15 pm

    DOMANDA E OFFERTA (NELLA FILATELIA DEGLI ANTICHI STATI)

    Vorrei tornare su un tema già trattato in generale, sviluppando la discussione sull’esempio di uno specifico caso concreto.

    Pitigrilli ha scritto:Collezionano francobolli degli Antichi Stati e però pretendono prezzi trasparenti e certi, o con dinamiche e differenze chiaramente spiegabili, manco fossero le diverse marche di pasta sul bancone di un supermercato. Se questa è la vostra pretesa, passate pure la mano. Perché persino la più sprovveduta delle massaie, davanti a una cassa di pomodori su cui il fruttivendolo ha collocato un cartellino con un prezzo indistinto, si premura di sceglierli con un’accurata selezione – prendendoli in mano, soppesandoli, tastandoli, guardandone forma e colore – perché sa bene, la massaia, che non tutti i pomodori sono uguali, anche se tutti coperti dal velo di un unico prezzo.


    Rimango sempre divertito quando vedo vari collezionisti improvvisarsi novelli Keynes, Hicks o Friedman, quando li sento dire “il prezzo lo fa il mercato, con la domanda e con l’offerta”, con la solennità di chi pronuncia chissà quale profonda verità, meritoria di un Nobel per l’Economia. Chissà cosa si immaginano, nella loro testa, quando parlano di “domanda”, di “offerta”, di “prezzo di mercato”.

    Veniamo al fatto. Il lotto nr. 41 della prossima “asta Vaccari” è il lotto nr. 28 della prima “asta Zanaria” del 2009. Il lotto, da Vaccari, parte da 150 euro (e non ci sono commissioni di aggiudicazione), laddove da Zanaria, quasi dieci anni fa, partiva da 750 euro (con l’aggiunta di una commissione del 20%). Questi sono i link, per vostra verifica:

    http://www.vaccari.it/filatelia/asta/in ... 8gVkVORVRP

    http://www.zanaria.com/wp-content/uploa ... 586-mb.pdf

    Questo è un fatto e non è in discussione. Il resto sono solo congetture. Il lotto fu aggiudicato da Zanaria? Boh! Lo potrebbe verificare chi disponesse dell’elenco dei realizzi, ma, se anche risultasse invenduto, potrebbe esser andato via nel dopo-asta. Il lotto non fu aggiudicato da Zanaria, tornò al conferente, che lo tenne per anni, per poi proporlo da Vaccari? Boh! Si, può essere. Oppure il lotto fu aggiudicato da Zanaria, entrò in una certa collezione, che poi, una volta in mano agli eredi, fu abbandonata al tragico destino dei “pochi, maledetti e subito”? Boh! Si, tutto può essere, ma sono solo congetture e a poco varrebbe edificarci sopra dei castelli di teoria.

    Restiamo dunque al fatto. Quasi dieci anni fa, un certo tipo di commerciante, Zanaria, riteneva di uscire sul mercato con un prezzo di 750 euro, per un certo francobollo. Quasi dieci anni dopo, un altro tipo di commerciante, Vaccari, ritiene di uscire sul mercato con un prezzo di 150 euro, cinque volte più basso, per lo stesso identico francobollo. Questi prezzi esprimono la best-estimate di due commercianti sul prezzo che può essere spuntato, sono le loro opinioni su ciò che “il mercato” (la base di collezionisti) può assorbire e, in quanto opinioni, non sono né vere né false, sono solo opinioni appunto, il cui valore sta tutto nell’autorevolezza di chi le afferma, sapendo che costoro di questo vivono, di compravendita di francobolli, per cui le loro opinioni devono saperle tarare correttamente, almeno in media.

    Ora, o in dieci anni è avvenuto un cambiamento nella morfologia dei collezionisti degli Antichi Stati (e, per dire, sono scomparsi i collezionisti di Lombardo Vento) oppure … già … oppure? Oppure cosa? Oppure “domanda” e “offerta”, nella filatelia degli Antichi Stati, sono concetti talmente vaghi e sfumati, da perdere ogni contatto con l’ingenua intuizione che ne può avere l’uomo qualunque, l’uomo della strada.

    Certi commercianti riescono a vendere certi francobolli a certi prezzi, perché hanno un certo tipo di clientela e con essa intrattengono certi tipi di rapporti. Ma se date quello stesso, stessissimo francobollo in mano ad un altro tipo di commerciante, con un altro tipo di clientela, con cui ha altri tipi di rapporti, potrebbe non riuscire a venderlo nemmeno scalando il prezzo di tre, quattro o cinque volte. Che ne è allora dei concetti alti e generali di “domanda” e “offerta”, che tutto dovrebbero in astratto regolare, se poi l’effettivo prezzo di scambio dipende da un mal definibile congerie di fattori idiosincratici?

    Solo i francobolli mediocri – quelli chiamati eufemisticamente “di qualità corrente” o anche “di buona qualità” – possono avere prezzi significativamente influenzati da macro-componenti strutturali di domanda e offerta, per il semplice fatto che quanto più si scende in qualità tanto più il francobollo degli Antichi Stati smarrisce il suo tratto caratteristico, la sua ”individualità”, il suo essere una “named commodity”, per diventare materiale all’ingrosso, prêt-à-porter.

    Ma per gli esemplari appena, appena “a modo”, per quegli esemplari effettivamente collezionabili, ogni francobollo ha il suo padrone, che lo capisce, lo apprezza, nutre per esso qualcosa di molto simile all’affetto – per rubare l’immagine a Enzo Diena – e quindi è disposto a pagare in proporzione a quel che prova, a quel che è il suo sentimento, con tanti cari saluti alla signora Domanda e a sua sorella Offerta.

    Un francobollo degli Antichi Stati spunta un prezzo se è in mano a un certo commerciante, che si rivolge a un certo collezionista, con cui intrattiene certi tipi di relazioni; spunta tutt’altro prezzo, se è in mano a un altro commerciante, che lo propone a un altro collezionista, con cui ha altri tipi di rapporti; anche perché ogni commerciante si porta dietro la sua storia, la sua fama, la sua tradizione, i suoi modi di fare e di agire, e tutto ciò inevitabilmente si scaricherà sui suoi prezzi, che i suoi clienti considereranno normali, ma che magari clienti di altri giudicheranno starati, nel bene o nel male, in più o in meno.

    Poi, lo so, tutto il discorso è travolto dal fatto che oramai commercianti non ce ne sono più; ci sono solo banditori d’asta, che vivono di commissioni su volumi intermediati, che appiattiscono qualsiasi considerazione qualitativa su un’unica base quantitativa e poi succeda quel che deve succedere in base alla contingenza del momento, in funzione di chi partecipa a quella tornata d’asta; ma è proprio questo che spiega perché ogni collezionista, partecipando a un’asta, sente a modo suo di aver fatto sempre l’affare della vita …

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    Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

    Messaggioda ignotus » gio mag 04, 2017 4:33 pm

    Si scrive:

    Interessante. Parli della Pennsylvania e di Volterra. E cosa c'entrano i francobolli del Ducato di Modena? Secondo me ti sei dimenticato un tassello della storia... e non un tassello di alabastro...


    La risposta sta in quanto scrive Pittigrilli se la si legge attentamente.
    Il valore da una lira del ducato di Modena è disponibile in quantità discrete solo per il ritrovamento dell'archivio del commerciante di marmi ed alabastro Vito Viti che stava per finire al macero. Il materiale lo importava comprandolo a Carrara che faceva parte del ducato di Modena. Logico che i suoi corrispondenti gli scrivessero parecchio affrancando le lettere per grossi importi stante il lungo percorso della corrispondenza. Tutto qui: il marmo e l'alabastro sono l'oggetto della corrispondenza.

    Ecco l'articolo di Emilio Diena:

    http://www.afi-roma.it/Pubblicazioni/An ... ODIENA.pdf

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    Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

    Messaggioda Funes » gio mag 04, 2017 9:40 pm

    Ho riletto il post intitolato VITO VITI. Secondo me non si capisce affatto che il carteggio aveva per oggetto l'importazione del marmo di Carrara negli Stati Uniti.
    E' chiaro che se uno conosce già la storia, può integrare gli elementi mancanti con le proprie conoscenze.

    ciao
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      Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

      Messaggioda ignotus » ven mag 05, 2017 12:23 am

      Ma chi era questo Vito Viti, che col suo carteggio è inconsapevolmente assurto all’immortalità filatelica?

      Vito Viti nacque a Volterra nel 1785, in una famiglia di mercanti di alabastro, all’epoca esportato in gran quantità verso gli Stati Uniti. Per ragioni sostanzialmente economiche – dettate dal desiderio di eliminare i costi di intermediazione – si trasferì a Filadelfia nel 1818, prese la cittadinanza americana, e mise su famiglia con un una signora d’origini scozzesi. Due dei suoi cinque fratelli lo raggiunsero anni dopo e la denominazione della ditta divenne allora ”Fratelli Viti”. Dal 1852 l’attività imprenditoriale si arricchì con l’opera dei figli Alonzo e Francesco. La famiglia era decisamente facoltosa. Il patrimonio societario era valutato in 100.000 dollari, quello personale di Vito Viti in 25.000. A settant’anni entrò in politica, per la serie ”non è mai troppo tardi”. Morì nel 1866, ricordato dai giornali dell’epoca come una figura di spicco della società locale.


      Dalle parole che ho evidenziato in rosso si dovrebbe capire, anche se non si conosce la vicenda dell'archivio Viti, che importava alabastro e anche marmi negli States!

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      Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

      Messaggioda eric » ven mag 05, 2017 10:04 am

      Grazie ignotus per la segnalazione.Credo però che i pochi che frequentano il forum sappiano leggere e comprendere gli interventi di Pitigrilli.

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      Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

      Messaggioda ignotus » ven mag 05, 2017 11:02 pm

      Sarà forse perchè in 33 anni di militanza nella scuola ho avuto allievi che sapevano le cose per bene ma le esprimevano in modo alquanto contorto che per me scritti di questo genere riesco a interpretarli per bene. Certe cose si capiscono solo da una frase o anche da una sola parola in un testo...per me gli scritti di Pittigrilli non mi sembrano così incomprensibili se letti attentamente e interpretati quando serve!

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      Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

      Messaggioda Funes » sab mag 06, 2017 9:45 pm

      ignotus ha scritto:
      Ma chi era questo Vito Viti, che col suo carteggio è inconsapevolmente assurto all’immortalità filatelica?

      Vito Viti nacque a Volterra nel 1785, in una famiglia di mercanti di alabastro, all’epoca esportato in gran quantità verso gli Stati Uniti. Per ragioni sostanzialmente economiche – dettate dal desiderio di eliminare i costi di intermediazione – si trasferì a Filadelfia nel 1818, prese la cittadinanza americana, e mise su famiglia con un una signora d’origini scozzesi. Due dei suoi cinque fratelli lo raggiunsero anni dopo e la denominazione della ditta divenne allora ”Fratelli Viti”. Dal 1852 l’attività imprenditoriale si arricchì con l’opera dei figli Alonzo e Francesco. La famiglia era decisamente facoltosa. Il patrimonio societario era valutato in 100.000 dollari, quello personale di Vito Viti in 25.000. A settant’anni entrò in politica, per la serie ”non è mai troppo tardi”. Morì nel 1866, ricordato dai giornali dell’epoca come una figura di spicco della società locale.


      Dalle parole che ho evidenziato in rosso si dovrebbe capire, anche se non si conosce la vicenda dell'archivio Viti, che importava alabastro e anche marmi negli States!


      Come mai l'archivio Viti è composto da numerosissime lettere provenienti dal ducato di Modena? Forse perché si trattava di lettere spedite da esportatori volterrani di alabastro? No, perché a Volterra usavano francobolli toscani.
      Io se non avessi saputo la storia per conto mio, non avrei capito nulla (già è molto curioso e credo molto poco conosciuto che il Ducato di Modena fosse bagnato dal mar Tirreno).

      ciao
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        Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

        Messaggioda Pitigrilli » lun mag 08, 2017 10:31 am

        Pitigrilli ha scritto:ASTA VACCARI

        Suggerisco di seguire attentamente la sezione "Antichi Stati" della prossima asta Vaccari, scadenzata per il 6 maggio.
        Sono davvero curioso di vedere come andrà.
        Poi, magari, ne riparliamo.

        Piti.


        Dal comunicato della ditta Vaccari:

        "Gli Antichi Stati, ovviamente [...]. Nel settore ottocentesco, “cavallo di battaglia” aziendale, si sono fatti notare per gli esiti il Lombardo-Veneto (ad esempio, il numero 23 è passato da 240 a 520 euro, il 49 da 350 a 650, il 60 da 1.100 a 2.400, il 62 da 80 a 440, il 65 da 230 a 400, l’82 da 900 a 1.250, il 115 da 1.300 a 1.900, il 130 da 100 a 420), Modena (il 185 è cresciuto da 1.000 a 2.100, il 238 da 220 a 410), Napoli (il 242, proposto a 200, è andato a 430, il 266 da 180 a 360, il 282 da 150 a 700, il 283 da 500 a 1.050, il 287 da 3.800 a 3.900, il 293 da 19.000 a 33.000), il Pontificio (il 333, partito da 200, con una serrata serie di rilanci ha cambiato proprietario a 4.100, il 334 da 200 a 6.500, il 372 da 750 a 1.800, il 377 da 350 a 1.350, il 380 da 250 a 1.700), la Sicilia (il 475, presentato a 7.000, è passato di mano a 7.500, il 479 da 330 a 700), la Toscana (sempre a titolo dimostrativo, ecco il 481, transitato da 850 a 1.200, il 489 da 650 a 1.100, il 509 da 9.000 a 10.500, il 524 da 350 a 570)".

        Sembra ci sia qualcosa da dire, non appena saranno ufficialmente disponibili i realizzi :D

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        Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

        Messaggioda Pitigrilli » lun mag 08, 2017 9:53 pm

        La pubblicazione dei realizzi era attesa per oggi, nel tardo pomeriggio. Evidentemente devono aver avuto parecchio lavoro, com’era prevedibile, poiché il successo dell’asta, ancor prima che acclarato dagli esiti, è stato percepito “in diretta” dalla larga partecipazione di collezionisti e commercianti (in sala, molti al telefono e per corrispondenza, a quanto mi raccontano).

        Mi limito ad alcuni dei pochi dati ufficiali.

        Pitigrilli ha scritto:Nel settore ottocentesco, “cavallo di battaglia” aziendale, si sono fatti notare per gli esiti [...] la Toscana (sempre a titolo dimostrativo, ecco il 481, transitato da 850 a 1.200, il 489 da 650 a 1.100


        Veramente sorprendente! Il mio Sassone è del 2011, perciò obsoleto, ma questi realizzi – così, a occhio, a naso, a spanne, largo-circa – mi sembrano tra un terzo e la metà delle quotazioni ufficiali, o comunque sono in quell’ordine di grandezza (ricordatevi sempre che le quotazioni di catalogo, di qualsiasi catalogo, sono solo “valori di riferimento”, e non certo prezzi da salumaio, che se sul cartellino scrive “Prosciutto Parma: € 45/kg”, significa proprio che dovete dargli esattamente 45 euro per averne un chilo, e 4,5 euro per averne 100 grammi). È da rimarcare come entrambi gli esemplari siano stati definiti di “buona qualità”, collocati cioè nel livello intermedio della scala-Vaccari (articolata su sole tre macro-gradazioni: “qualità corrente”, “buona qualità”, “ottima qualità”).

        Ora sappiamo – io per conto mio lo sapevo già – che NON E’ VERO che un francobollo degli Antichi Stati non può mai spuntare più del 20% della quotazione nominale di catalogo, a meno che non sia in qualità extra-lusso o d’amatore.

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        Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

        Messaggioda Pitigrilli » mar mag 09, 2017 8:37 am

        ASTA VACCARI - nota a margine

        Mi permetto un suggerimento, a tutti i collezionisti di Antichi Stati Italiani (a coloro che lo fanno seriamente, intendo).

        Conservate questo catalogo d'asta di Vaccari, con acclusi i realizzi, e ogni tanto consultatelo.

        Spuntate quei realizzi uno a uno e verificate quanto i singoli lotti hanno rialzato rispetto alle basi (che peraltro non erano certo "stariffate") e in che proporzione si collocano rispetto ai prezzi di catalogo (e ricordate, contrariamente a un luogo comune, che l'asta non è la suprema corte di cassazione, in fatto di prezzi; anzi, è solo la punta dell'iceberg; ma di questo ne riparliamo ...).

        Applicatevi con dedizione in questo modesto esercizio; ne sarete ricompensati con una percezione, se non proprio nitida, sicuramente precisa di cosa è il collezionismo degli Antichi Stati, di cosa è realmente collezionabile e di cosa sta invece li solo per far volume; in un sol colpo saranno smazzati via mercatini, mercatucci, mercatacci, mercatetti, con i loro "prezzi d'occasione" intorno al 10%-20% del Sassone, per materiale che non ne vale più del 5%, a voler essere cristianamente tolleranti.

        Quando si ristabiliscono le giuste proporzioni, quando si riacquista il senso della misura, si scopre una elementare verità, si vede "ciò che è" contrapposto a "quel che appare": i collezionisti di Antichi Stati sono un multiplo elevato, molto elevato, dei francobolli realmente collezionabili, e il mercato è più che mai vivo e agitato, anche se, ad arrestarsi alla superfice, si ha la sensazione opposta di una gran quantità di materiale in offerta che non riesce a trovare una pari domanda in grado di assorbirlo.

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