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Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italiani

Tutto ciò che riguarda la filatelia degli antichi stati italiani (ASI)

Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » ven mar 17, 2017 9:57 am

FRODI, FALSI E ALTRE OPERE D’ARTE – seconda parte

Uno dei parametri canonici di valutazione della qualità di un francobollo degli Antichi Stati è l’annullo, che si vuole ”nitido e non deturpante”, come si dice con grande stile. La richiesta, assai più dei margini o della freschezza, è manifestamente legata a un discorso di pura estetica, di obiettiva gradevolezza. È brutto, oggettivamente brutto, un annullo che copre o sporca le effigi sovrane o gli stemmi reali o che oscura il cartiglio del valore. Se su un esemplare del 60 crazie di Toscana la scritta “60 crazie” è interamente annerita dall’annullo, al punto da renderne difficoltosa la lettura, servono parecchi e acrobatici sofismi per sostenere che quel francobollo trasmette la stessa emozione di un suo pari col tassello scoperto. L’annullo – per il filatelico, per il collezionista – dovrebbe coprire la raffigurazione il meno possibile, o al più quanto basta e mai oltre, esser cioè “non deturpante”, non invadere troppo l’immagine rispetto a quella che si vedrebbe in un francobollo nuovo; e possibilmente farlo in maniera delicata, rispettosa del disegno, se possibile aggiungendo gradevolezza, mostrando chiaramente la località e la data, essere cioè ”nitido”, ben visibile, identificabile.

Questo per il filatelico di oggi, che ha per obiettivo collezionare francobolli. Ma la finalità era del tutto speculare, per i responsabili della posta dell’epoca. L’annullo doveva lasciar terra bruciata dietro di sé, gli era richiesta la demolizione francobollo, da sporcare il più possibile, per impedirne un riuso fraudolento, vale a dire la rimozione dalla missiva originaria e la ricollocazione su un’altra, gravando l’amministrazione di due trasporti, a fronte di una sola spesa. Si voleva evitare – per dirlo con immagine moderna – che con un solo biglietto dell’autobus si compissero due viaggi. Perciò, quanto più l’annullo asfaltava il francobollo, tanto meglio assolveva il suo compito.

Questa semplice osservazione dà la chiave di lettura dell’evoluzione del tipo di timbrature impiegate nei vari Stati, che rappresenta uno di quei fenomeni annoverabili tra le accortezze operative difficili da immaginare a priori, in astratto, e di cui solo la pratica sul campo poteva svelare i necessari affinamenti.

I francobolli del Regno di Napoli, al principio, furono timbrati col cosiddetto ”annullato in cartella”, espressione di per sé evocativa: la parola “ANNULLATO” scritta tutta in maiuscolo (che non richiede troppe spiegazioni) era collocata dentro un rettangolo (la cartella), e il contrassegno così concepito, una volta apposto sul francobollo, certificava il suo utilizzo e ne avrebbe dovuto inibire il riuso. Sul piano ”politico” la scelta non era tra le più felici e indovinate – ”ANNULLATO” sui simboli reali prestava il fianco a interpretazioni rivoluzionarie, in quei periodi tumultuosi – ma all’apparenza adempiva bene al suo scopo pratico, anche sotto il profilo ”comunicativo”: annullato, come a dire non più valido, inutilizzabile, fuori uso. Nella percezione dei collezionisti, che si sarebbero affacciati sulla scena anni dopo, l’annullato in cartella compiva senz’altro il suo dovere, anche ben oltre quanto richiesto: l’annullato in cartella è una iattura per il filatelico, perché ”sporca molto” il francobollo, crea un esiziale contrasto cromatico, con quell’ammasso di nero che si abbatte sul delicatissimo rosa del francobollo.

Sennonché, la particolare conformazione di quel timbro – ”ANNULLATO”, lineare e riquadrato – permetteva facili raggiri, pur di incrociare la compiacenza dell’impiegato postale. Era sufficiente staccare il francobollo dalla lettera originaria, ricollocarlo sulla nuova, e chiedere di timbrarlo assicurando la continuità tra la sequenza delle lettere rimaste sul francobollo e quelle del nuovo annullo. Se il francobollo, una volta rimosso dal suo primo supporto, recava la scritta parziale “ANNUL”, si poteva ricollocarlo su una nuova missiva, e domandare all’impiegato ”la cortesia” di apporre il nuovo timbro in modo da far cadere la scritta “LATO” sulla lettera, per dare l’impressione di un francobollo regolarmente “ANNUL-LATO”. Gli abusi furono numerosi, segnatamente sugli alti valori, al punto da esser notati anche a voler far finta di non accorgersene. D’altra parte non è che l’inventiva napoletana fosse poi stata messa a così dura prova.

Ma se c’era voluta poca fantasia nell’azione di beffa dell’annullato in cartella, la reazione istituzionale si caratterizzò invece per la più originale delle contromisure. La Direzione delle Poste, nella persona di Federico Cervati, ordinò all’incisore Luigi Porta nuovi timbri annullatori, dalle fogge estrose e non lineari, incisi in 6 gruppi omogenei (stampatello maiuscolo; stampatello minuscolo; carattere “bastardo”; corsivo inglese; corsivo “bastardo”; carattere rondino), per un totale di 36 tipi (più uno preparato in seguito, utilizzato a Benevento e Tagliacozzo). L’insolita forma di quei timbri gli valse il nome di ”annulli a svolazzo”, perché la parola ”ANNULLATO” prendeva ora varie conformazioni che ricordavano, si può dire, le forme cangianti di una bandiera lasciata a svolazzare. La distribuzione degli svolazzi fu differenziata tra i numerosi uffici – oltre 150 – in modo che fossero massimamente distanti le officine munite dello stesso ”svolazzo annullatore”, così da chiudere alla possibilità di accordi fraudolenti tra mittenti e impiegati. Qualunque tentativo di sovrapposizione sarebbe stato ora fattualmente impraticabile, per l’impossibilità di far combaciare annulli dalla forma ora molto diversa. La prima data d’uso degli svolazzi è sul finire del luglio 1860 e il loro utilizzo si protrasse per circa un anno, con rare eccezioni.

Gli ”svolazzi”, se riguardati sotto la lente filatelica, sono la giusta misura risarcitoria al collezionista, per avergli inflitto il trauma dell’annullato in cartella. Quando l’annullo a svolazzo è ben impresso, il francobollo acquista tutta un’altra poesia, specie se – situazione invero inconsueta – le incisioni sono anch’esse nitide. Ci sono casi di bellissimi annulli a svolazzo in rosso e in azzurro, che si può dire diano ”musicalità” ai pezzi su cui si adagiano. Molte lettere con lo ”svolazzo annullatore” sono piccoli quadri d’autore.

Guardie 2, Ladri 0, ma i truffatori di allora, senza volerlo, innescarono un processo che rese un grande servigio ai collezionisti di ora.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » ven mar 17, 2017 1:00 pm

FRODI, FALSI E ALTRE OPERE D’ARTE – terza parte

Il popolo napoletano sembra aver vissuto un rapporto tormentato con i suoi francobolli, ”spesso caratterizzati da una certa rozzezza di esecuzione, e da un’ancora più accentuata sciatteria nell’impiego”, come nota Enzo Diena.

Collezionare ”Napoli” è arduo, proprio per l’approssimazione con cui i francobolli furono stampati e per l’incuria con cui vennero usati. Il ½ grano e l’1 grano I tavola sono spesso solo distese di un deprimente rosa, su cui si fatica a scorgere la pur minima immagine; nei valori da 10 e 50 grana le incisioni della trinacria sono scadenti; per capire poi con quanta trascuratezza venissero collocati i francobolli sulle lettere, è sufficiente guardarne la disposizione nei due più famosi documenti coi multipli del 50 grana, storicamente riprodotti nel catalogo Sassone. I saggi del Masini, se portati a compimento, avrebbero rappresentato un notevole salto di qualità – e non solo nell’accezione tecnica dei collezionisti di oggi –, ma la ”Bella Napoli” era evidentemente destinata a rimanere solo una pizzeria.

Nulla di grave o di cui stupirsi all’epoca, ché nessun napoletano di allora avrebbe immaginato un suo ipotetico pronipote impegnato in una sfiancante cernita di cose che lui, uomo dell’800, volendo, avrebbe potuto costruirgli nel modo che più gli aggradavano. Il francobollo era solo uno strumento, un oggetto che assolveva una precisa e circoscritta funzione pratica, e che in essa esauriva tutto il suo interesse; e nessuno avvertiva verso il francobollo un coinvolgimento emotivo maggiore di quello che noi, uomini d’oggi, possiamo sentire per un biglietto d’autobus o per uno scontrino fiscale. Il disinteresse dei napoletani sembrava però oltrepassare ogni canone, sino a sconfinare nell’insofferenza; si ha la sensazione che il napoletano avvertisse un ”fastidio fisico” verso il francobollo, come quello di un non fumatore obbligato a far pulizie in una stanza di tabagisti.

Il più alto ”sfregio” è la falsificazione dei francobolli, allo scopo di frodare l’amministrazione postale. I ”falsi” sono invero un fenomeno comune ai più rinomati Antichi Stati – lo si riscontra anche nell’austero Lombardo Veneto e nel cattolicissimo Pontificio – ma nel Regno di Napoli assunse caratteristiche e dimensioni del tutto peculiari. I francobolli falsificati furono il 2 grana, a più alta frequenza d’uso, e gli “alti valori” da 10 e 20 grana, per i quali la spesa valeva l’impresa, tutti stampati uno alla volta (per cui non esistono multipli). La scienza filatelica ha ricostruito a posteriori tre tipi di falsi del 2 grana (col primo tipo diviso in primo e secondo stato), cinque del 10 grana e sette del 20 grana. La prima data nota è il 13 giugno 1859, l’ultima il 21 settembre 1861, entrambe su lettere col 20 grana (anche se di due tipi diversi). Falsi e originali, si può perciò dire, viaggiarono a braccetto per gran parte della loro vita.

Una notazione squisitamente estetica, per iniziare.

Se sottoponete all’attenzione di una persona aliena di filatelia un originale e un falso del Lombardo Veneto, chiedendogli non tanto qual è l’uno e quale l’altro, ma semplicemente se nota o no delle differenze, state pur certi che vi dirà che quei due francobolli sono ”uguali”; e la stessa sensazione l’hanno al principio anche i collezionisti, nella loro infanzia filatelica; e alcuni – io, a esempio – incontrano difficoltà a discernere il vero dal falso anche in età adulta, non avendo mai dedicatoci particolari energie. Dite quel che vi pare, ma i falsi del Lombardo Veneto ”son fatti bene”, furono concepiti con accortezza, per esser scovati solo da un occhio attento e sospettoso, o almeno tutt’altro che distratto.

Ora provate a replicare il gioco con i ”Napoli”, col 2 grana, a esempio. ”Papà, ma … questo è bruttissimo, rispetto a quest’altro!”. Mia figlia, otto anni. Non serve avere la cattedra d’estetica alla Sorbona di Parigi, per accorgersi che nei falsi di Napoli le diciture sono irregolari, mal fatte, le impronte degli stemmi grossolane, prive di dettagli, i colori pacchianamente diversi, innaturali, da cui l’estrema semplicità a discriminarli dagli originali. La superficialità nella creazione dei francobolli ufficiali era paradossalmente ben poca cosa, rispetto alla trasandatezza nella predisposizione dei falsi, quasi che i falsari neppure temessero di esser scoperti!

Nella logica delle cose, poi, il falso è più raro dell’originale, perché nella ”fisiologia della patologia” – se è concesso il cortocircuito di concetti – ne rappresenta una frazione comunque contenuta. Per quante banconote false ci siano in giro, le originali restano di più, molte di più. L’ipotesi è pienamente confermata nel Lombardo Veneto, ma in misura più attenuata nel Regno di Napoli, sino a registrare sorprendenti eccezioni. Alcuni falsi da 20 grana (usati, sciolti) sono più comuni dell’originale, caso unico nella filatelia mondiale! (i falsi allo stato di nuovo sono invece tutti molto rari, il che è però ovvio: il falso acquistava valore solo se effettivamente utilizzato, e nessuno aveva interesse a conservarlo immacolato, proprio come nessuno ha interesse a tenersi una banconota falsa, il cui valore è nel disfarsene quanto prima). Vi è inoltre corrispondenza postale di ogni sorta, viaggiata con affrancature ”miste” tra falsi e originali, ancora una volta a sprezzo e onta del pericolo di esser scoperti.

Insomma, sotto l’angolo visuale del funzionamento del sistema postale, il Regno di Napoli era ”il mondo del tutto all’incontrario”.

Qual era la ”voce di quadratura” che riappianava tutto, per dirlo al modo dei contabili? È semplice intuirlo, a questo punto della storia: la complicità – la diffusa e ramificata complicità, lasciatemi dire –tra i falsari e gli addetti ai vari ruoli del servizio postale. Erano gli stessi impiegati delle poste, che inibiti dagli ”svolazzi” a giocare al puzzle degli annulli, potevano ancora non accorgersi – sbadatamente, innocentemente – di una lettera affrancata magari con più falsi che originali! Questa almeno l’ipotesi più accreditata, ché nessuno ne ha mai proposto di più verosimili. E per colmo d’impostura – nel mezzo della fluida corrispondenza d’amorosi sensi tra falsi e originali – l’amministrazione conduceva intanto un processo penale al Masini, per una frode che frode non era, tenendo un atteggiamento di fiera severità, per un puro accidente con ogni probabilità involontario (e con notevoli punte di humor tutto partenopeo: il Costa, interrogato sulla vicenda del saggio, si giustificò dicendo di averlo mostrato in uno degli spacci di Napoli e sin anche a un portalettere, prima di utilizzarlo, e alla sua richiesta di sapere se fosso buono, ”gli venne risposto essere buonissimo”).

L’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna, e la successiva nascita del Regno d’Italia, è filatelicamente segnata dall’emissione dei francobolli cosiddetti delle ”Province Napoletane”, nello stereotipo simili alla IV emissione di Sardegna (con l’effigie di Re Vittorio Emanuele II, ma col valore ancora in grana). Cambiano i pupi, ma il teatrino rimane lo stesso, avrebbero detto ”al di là” del Faro, in Sicilia. Che i francobolli recassero i simboli borbonici, piuttosto che l’effige sabauda, poco importava ai falsari, data la relativa serenità con cui conducevano i propri illeciti, che manco a dirlo furono perpetuati con lo stesso pressapochismo. I falsi delle Province sono il rarissimo 2 grana – due soli esemplari nuovi e uno usato –, il 5, il 10 e il 20 grana, facilmente distinguibili dagli originali per un profilo di Vittorio Emanuele II ai confini della realtà.

Con un micidiale ”uno-due”, pacco, doppio pacco e contropaccotto: Guardie 2, Ladri 3. Ma a vincere in ogni sfida,
nell’incessante braccio di ferro tra l’autorità costituita e la sua ombra, è stata fortunatamente la filatelia.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » ven mar 17, 2017 4:09 pm

LE DUE SORELLE AZZURRE – prima parte

La libera circolazione delle informazioni, e con essa il libero confronto delle opinioni, è avversata invariabilmente da ogni regime politico autoritario, dittatoriale o dirigista. La Cina di oggi è un caso paradigmatico, con i suoi blocchi, i suoi filtri, i suoi controlli sulla più alta forma di espressione, internet, la rete, il web.

Ogni despota deve però avere più d’un accortezza, se non vuol limitarsi a imporre le sue censure, se desidera anche farle percepire socialmente accettabili. A nessun tiranno, per quanto tiranno, piace passar da tiranno agli occhi del popolo su cui esercita la sua tirannia.

La censura è perciò un’arte, che richiede accorgimenti, precauzioni e stile; non è una mannaia, come la si dipinge spesso con una grossolana allegoria; assomiglia piuttosto a un bisturi, da usare con gran cura e estrema precisione, per giungere allo scopo, senza far troppi e inutili danni collaterali. La censura, per quanto sia un cappio al collo, non può stringersi sino a togliere il respiro, sino a soffocare, ché altrimenti morirebbe anch’essa unitamente al destinatario su cui si esercita. La censura, per quanto opprimente, deve permettere di fiatare e rifiatare. La censura, come avviene con certi guinzagli dei cani, deve vincolare senza far perdere la sensazione di libertà. Obiettivo impossibile in senso stretto, ma da approssimare al meglio delle proprie possibilità.

Il regime fascista tollerava Trilussa – un non-fascista più che un anti-fascista, un critico del potere in senso lato – perché era troppo popolare e ben voluto dalla gente, per sottoporlo a misure punitive che non trasmettessero la sensazione di incomprensibili abusi di potere. E il Duce doveva sforzarsi di trovare divertenti gli sferzanti attacchi alla sua persona, nemmeno troppo velati sotto l’immaginario dialogo tra “l’uno” e “lo zero”:

Conterò poco, è vero:
- diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.


Siamo nella seconda metà dell’ottocento, e le informazioni e le opinioni su fatti e cose di un periodo impregnato di tumulti nelle idee e nelle azioni, erano veicolate e circolavano principalmente attraverso i giornali. Nessun regime – a mia conoscenza – ha mai proibito tout court la pubblicazione di un giornale, in modo esplicito e dichiarato, anche perché non servono azioni estreme e palesi, per pilotare il flusso di informazioni (su cui poi si formano le opinioni). Non c’è bisogno di atti di forza. Sono sufficienti atti amministrativi. Una censura preventiva, anche leggera e su pochi argomenti “caldi”; l’imposizione a vario titolo di tasse e balzelli o anche solo il mancato riconoscimento di agevolazioni, monetarie e non; misure burocratiche per indurre spese aggiuntive, e con esse un maggior costo degli abbonamenti; la nomina governativa di direttori e funzionari in ruoli strategici. Sono interventi inattaccabili, legittimi sul piano formale, ma che in sostanza bloccano l’intrapresa di iniziative di divulgazione di informazioni e opinioni, o almeno scoraggiano dallo svilupparle con ardore. È la tassa sulle idee, con una colorata espressione, ricca di suggestioni.

Nell’assetto politico restituito dal Congresso di Vienna vigevano un po’ ovunque disposizioni atte a drenare l’informazione, a creare inerzie alla sua libera circolazione, a metter sabbia negli ingranaggi dei giornali, all’epoca il principale circuito informativo. Solo Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, sulla scia delle disposizioni adottate dal padre, aveva preservato il concetto di ”libertà di stampa”, sostenendolo fattualmente con regimi tariffari “di favore” (nessuna tassa d’importazione sui giornali esteri, costi sensibilmente più contenuti per l’invio dei giornali interni rispetto alla corrispondenza ordinaria).

Le cose erano però destinate a capovolgersi, in quei periodi convulsi e agitati, in cui s’avvertiva la costante sensazione di poter andare a letto sotto il dominio di un Granduca, svegliandosi la mattina dopo alla corte di un Re.

Il 6 maggio 1860, da Quarto presso Genova, un corpo di circa mille volontari guidati dal Generale Giuseppe Garibaldi si era imbarcato su due piroscafi della società Rubattino, il ”Piemonte” e il ”Lombardo”, per assaltare il Regno delle Due Sicilie e estrometterne la dinastia dei Borbone. La spedizione sbarcò a Marsala l’11 maggio e presero avvio le operazioni belliche che avrebbero progressivamente portato alla conquista dell’intero meridione. Re Francesco II lasciò Napoli il 6 settembre 1860, per rifugiarsi a Gaeta, a seguito dell’ormai acquisita supremazia della “spedizione dei Mille” sull’esercito borbonico. Il giorno dopo Garibaldi entrò nella città partenopea, ne assunse la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, e indisse di lì a poco un plebiscito per l’annessione al nuovo regno (con uno scontato esito di ampio consenso). Il 26 ottobre, nel celebre incontro di Teano, Garibaldi salutava Vittorio Emanuele II “Re d’Italia” e nella prima decade di novembre gli riconsegnava ufficialmente i suoi poteri dittatoriali.

Il breve mandato di Garibaldi è solo un intermezzo “tecnico” nella gran libro della Storia, ma per i collezionisti è uno dei capitoli più affascinanti della filatelia degli Antichi Stati. Sulla scena stava per affacciarsi la prima delle ”due sorelle azzurre”, la Trinacria, da lì a poco stata seguita dall’altra, la Crocetta, due tra i più seducenti francobolli al mondo …

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » lun mar 20, 2017 9:20 pm

LE DUE SORELLE AZZURRE – seconda parte

”Si è sempre fatto così”, ”non è compito mio”, ”siamo solo passacarte” sono alcuni evergreen del gergo operativo della Pubblica Amministrazione, che danno il senso di un allucinante modo di intendere e portare avanti il proprio lavoro. Se mai a un dirigente si attribuisse la responsabilità ad interim di un ufficio, la conseguenza immediata sarebbe la paralisi istantanea di tutte le attività che vi gravitano, per quanto secondarie o marginali. ”Attendiamo il titolare definitivo, io son qui solo di passaggio”. Certo. Tutti siamo qui di passaggio, la vita è un susseguirsi di momenti di passaggio, e in molti desiderano solo il passaggio di momento, per attendere inerti l’arrivo di un altro momento, da far passare anch’esso, e via a seguire momento dopo momento, passaggio dopo passaggio, sino alla fine di quel Gran Momento di Passaggio, che è la vita tutta.

Il Generale Garibaldi ragionava diversamente, per fortuna. Anche la sua dittatura fu soltanto ”un breve momento di passaggio”, che consegnò però alla storia della filatelia uno di quegli eventi che a volte non riescono a venir fuori nemmeno in secoli e secoli. In quel singolare momento, sospeso tra passato e futuro, quando il passato non lo era del tutto e il futuro iniziava a far capolino, in quel momento transitorio più di qualunque altro, tra quei fuochi fatui di potere, era pressante l’esigenza di far sapere al popolo meridionale cos’era appena accaduto, cosa stava accadendo, cosa ci sarebbe dovuti aspettare accadesse nell’immediato futuro. Bisognava ”fare informazione”, ”creare opinione”, all’occorrenza abbandonarsi alla propaganda, ché il vasto consenso, conquistato sul sentimento popolare, andava ora consolidato con la precisa narrazione dei fatti e delle cose, con la loro cronaca puntuale, da diffondere massimamente. Come fare? Con i giornali, ovvio! All’epoca non c’erano poi tante altre possibilità.

Che l’iniziativa sia partita da Garibaldi, o su stimolo dagli editori, poco importa. Nei fatti serviva rimuovere la tassa sulle idee, vale a dire, tecnicamente, allineare le tariffe per le stampe al regime postale del Regno di Sardegna. Il gioco delle equivalenze tra le monetazioni sarde e napoletane condusse a fissare il porto dei giornali in ½ tornese, corrispondente a ¼ di grano, la metà del costo di ½ grano vigente in quel momento. Semplice a disporsi in astratto (siam capaci tutti a scriver su carta intestata: ”da domani ½ tornese anziché ½ grano”), difficile a realizzarsi in pratica, per la mancanza fisica dell’oggetto appropriato, un francobollo da ½ tornese appunto. Certo, si sarebbero potuti frazionare gli esemplari da ½ grano – il più basso dei bolli borbonici – in modo da realizzare due invii per ogni esemplare posseduto, e la pragmatica soluzione fu anche occasionalmente attuata, senza mai diventare prassi diffusa (e i ”frazionati di Napoli” del ½ grano restano grandi rarità filateliche: sono noti solo otto esemplari, sei su giornale, due su frammento). Quel che occorreva non erano espedienti ad hoc, rimedi estemporanei o accomodamenti pratici. Si aveva bisogno di un intervento strutturale, standardizzato e massivo, per di più da attuare in fretta, ché certi momenti passano in un istante. Con celerità si doveva transitare dagli intenti all’azione.

La linea d’attacco più efficace, la via di minor resistenza, fu ancora individuata nell’esemplare da ½ grano, ma non a valle, sul francobollo ormai stampato, bensì a monte, sulle tavole originarie. Se si voleva creare rapidamente un valore da ½ tornese, in quel momento inesistente, nulla di meglio che raschiar via la ”G” dai coni del ½ grano, per sostituirla con la ”T” di tornese, e limitare l’operazione anche solo a metà della tavola, già sufficiente allo scopo. Non si sa poi se al semplice fine pratico di agevolare la distinzione dal ½ grano, o per la precisa volontà politica di marcare un segno dell’avvento della nuova casa reale, o se magari per entrambe le ragioni, il nuovo francobollo fu stampato in azzurro, anziché nel tradizionale rosa.

Il 6 novembre 1860 – dalla metà di destra della seconda tavola del ½ grano – nasceva il francobollo da ½ tornese battezzato dai collezionisti ”Trinacria”, identico nello stereotipo al francobollo borbonico, ma tinto d’azzurro, il colore dei Savoia. È ”il francobollo che più di ogni altro è assurto a simbolo dell’unificazione risorgimentale italiana”, è scritto nel volume ”Capolavori Filatelici della Collezione Pedemonte”.

Non ho mai recensito ”Trinacrie primo giorno” su giornale. In ”Scilla e Cariddi”, lotto nr. 147, una ”Trinacria” affranca il giornale “L’Omnibus” dell’8 novembre 1860, nelle cui pagine interne si dà notizia dell’emissione del nuovo francobollo (il pezzo è stato recentemente battuto in un’asta di una famosa casa milanese, presentato come ”primo giorno”). Vi sono invece due autentiche ”Trinacrie primo giorno” su fascetta, di cui solo una perfetta e di eccezionale qualità (appartiene allo stock dell’ingegner Giacomo Avanzo, e la si può ammirare nella IV di copertina sul suo catalogo nr. 7 del marzo 1992, ma anche sul catalogo nr. 2 della ”Aster”, dell’aprile 2011).

La ”Trinacria” nasceva per affrancare i giornali, per rendere più economica la loro distribuzione e perciò agevolarla, ma nulla vietava di utilizzarla in multipli, per assolvere le affrancature ordinare. Sono note alcune coppie usate, di cui solo una perfetta, orizzontale e sciolta, di qualità superba. Ha fatto parte della ”Collezione Caspary”, poi è appartenuta a ”Scilla e Cariddi” e infine alla ”Luxus”. È storicamente riprodotta anche nel Catalogo Sassone. Nella ”Collezione Burrus” era presente una coppia verticale sciolta, riparata ma di bell’aspetto, annullata con lo svolazzo azzurro di Dentecane. Nella ”Collezione Pedemonte” si può trovare un giornale affrancato con una coppia della Trinacria, leggermente difettosa per marginatura (e, cosa più fastidiosa, staccata dal supporto e poi ricollocata con linguella).

Il periodo di validità della ”Trinacria” si estendeva formalmente sino al 30 novembre 1861, ma la sua presenza effettiva non andò oltre un breve momento di passaggio, la sua vita non durò che pochi istanti; fu usata spesso nel mese di novembre, meno in dicembre, e solo sporadicamente in seguito. La distruzione delle rimanenze ne fa una grande rarità filatelica allo stato di nuovo. La più bella ”Trinacria” nuova con gomma – che fa mostra di sé nella copertina del catalogo nr. 7 di Avanzo, del 1992 – è di una qualità sconvolgente, per marginatura e nitore delle incisioni.

Storia intesa quella della ”Trinacria”, anche se molto breve. La ”Trinacria” era solo di passaggio. Perché?

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » lun mar 20, 2017 10:05 pm

LE DUE SORELLE AZZURRE – terza parte

Il francobollo è uno strumento tecnico-amministrativo, nasce come oggetto per il pratico uso, per assolvere una precisa funzione operativa, il recapito della corrispondenza. La sua emanazione governativa, però, conferisce al tecnicismo una chiara impronta istituzionale. La produzione del francobollo è monopolio dello Stato, e il francobollo ne porta con sé la storia e le tradizioni. Il francobollo non è poi così diverso dalla banconota, che se da un lato è solo un oggetto per render fluidi gli scambi, dall’altro è sfruttata anche per tramandare i simboli e la cultura della nazione in cui circola (come nelle vecchie banconote in lire italiane, su cui erano effigiati alcuni grandi personaggi del nostro Paese).

La situazione cristallizzata nella ”Trinacria” – se riguardata in questa veste double-face – era speciosissima. Quel francobollo rispondeva perfettamente all’obiettivo pratico per cui era stato ideato – agevolare la diffusione delle stampe –, ma si trascinava dietro le immagini – i simboli borbonici – di una storia non più attuale, ormai conclusa, di un passato senza più un futuro, da dimenticare, non certo da immortalare. Non riesco a rintracciare il riferimento bibliografico – perciò prendete con cautela ciò che segue –, ma sembra che il Generale Garibaldi ebbe un moto d’insofferenza, di rabbia e disapprovazione, quando vide la ”Trinacria”. Che sia vero o falso, in tutto o in parte, non è poi così rilevante. È verosimile e tanto basta (e del resto chissà quanti sono i fatti andati in un modo e raccontati i tutt’altro o le frasi tramandate e mai pronunciate: lo storico non si limita mai a ”trascrivere la storia”, non può farlo, anche volendo; lo storico, nello scrivere la storia, la crea, la sua opera di narrazione non è mai neutra).

La plausibilità del disgusto di Garibaldi verso la ”Trinacria”, senza scomodare riferimenti precisi, è semplicemente in ciò che ognuno di noi avrebbe pensato al suo posto, di fronte a quel francobollo.

Sono partito da uno scoglio, con più punti interrogativi sulla mia testa che combattenti al mio fianco; sono sbarcato in Sicilia, e ho risalito il Regno, commettendo tutte quelle inevitabili violenze e barbarie proprie di ogni guerra, in nome di un ideale più alto e giusto, che le ha legittimate; abbiamo ucciso e siamo stati uccisi, abbiamo ferito e siamo stati feriti, perché non c’erano altre possibilità, non vi era altra scelta; sono entrato a Napoli da trionfatore, col Re in fuga; dal mio angolo visuale ho liberato un popolo dal suo tiranno, gli ho restituito la libertà, a iniziare dalla circolazione dell’informazione, che ho reso economica e perciò più agevole, come mi era stato chiesto. E cosa vedo ora, su questi giornali e queste stampe, che raccontano la mia impresa e di ciò che verrà? Vedo l’araldica di una casa nobiliare decaduta, che io ho spazzato via, vedo il passato che ho sepolto portare in giro quel futuro di cui sono l’artefice. Voglio che mi si renda conto di questa aberrazione, di questo beffardo oltraggio alla mia persona e alla mia opera”.

Spiegazioni non c’erano, se non la velocità imposta al progetto di riforma del porto delle stampe. Esisteva già un francobollo col valore ½, e non c’era nulla di più rapido che cambiarne la valuta, replicare la ”G” di grano con la ”T” di tornese – operazione peraltro già laboriosa, per chi doveva eseguirla fattualmente –, senza toccare tutto il resto, in fin dei conti inessenziale rispetto allo scopo. Con la ”Trinacria”, si può dire, la funzione pratica del francobollo fagocitò la sua dimensione istituzionale, la necessità materiale ebbe il sopravvento sulle questioni ideali. I principî – non ricordo chi l’abbia detto – son quella cosa che, come i calzoni, non si esita a lasciar cadere, quando preme un bisogno naturale. C’era il bisogno di ”fare informazione”, di ”creare opinione”, e di metterle rapidamente in circolo; tutto il resto veniva dopo, cadeva giù, come i pantaloni davanti al più fisiologico degli stimoli corporali.

Ma espletato il bisogno, ovviamente, ci si ricompone. Una volta tamponata l’emergenza al meglio delle possibilità – sanato il tecnicismo, riallineate le tariffe nel napoletano al regime sardo, con una precisa misura operativa – il profilo istituzionale doveva riacquistare il suo peso, la sua dignità. Nessuno va in giro con i pantaloni abbassati, una volta fatto ciò che doveva fare.

Il 6 dicembre 1860 – quando alla dittatura garibaldina era già subentrata la luogotenenza del commissario Luigi Carlo Farini – nasceva la ”Crocetta”. La ”fu” tavola del ½ grano, già raschiata localmente per produrre la ”Trinacria”, fu oggetto di un nuovo intervento, stavolta molto più invasivo, per scalpellare gli emblemi dei Borboni e sostituirli col simbolo della nuova casata, la Croce dei Savoia, preservando la colorazione azzurra. Le operazioni furono condotte in modo artigianale, a mano, e verosimilmente da persone diverse, per cui in ogni ”Crocetta” sono latenti tutte le caratteristiche necessarie a svelarne la posizione nella tavola. Rendere esplicito ciò che era implicito – il cosiddetto plattaggio delle ”Croci di Savoia” – è stato un lavoro immane, avviato da Emilio Diena, con la collaborazione dei figli Mario e Alberto, che può dirsi giunto ai suoi esiti solo di recente, nel 2009, con la pubblicazione del volume di De Angelis e Pecchi, ”Il francobollo da ½ tornese del 1860 ’Croce di Savoia’” (peraltro già esso stesso diventato una rarità, ambita da numerosi collezionisti).

La ”Crocetta” fu usata soprattutto nel dicembre 1860 e nel gennaio 1861; il suo impiego diminuì progressivamente dalla seconda metà di febbraio, a un’intensità comunque minore rispetto alla ”Trinacria”.

L’accidentato itinerario dell’unità d’Italia – raccontato attraverso i francobolli – aveva ormai alle spalle il tratto più lungo e tortuoso. Restava ora da percorrere il rettilineo finale.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mar 21, 2017 11:55 am

NAPOLETANI, VOI SIETE ITALIANI – prima parte

“Napoletani, voi siete napoletani, napoletaaaaani, voi siete napoletaaaani!”. Questo coro era un ”must” a ogni derby capitolino, rivolto dalla curva sud romanista alla nord laziale. In quel coro c’era un immediato richiamo alla somiglianza dei colori – il bianco e l’azzurro –, ma anche un riferimento non troppo velato alla ”sporcizia” – siete sporchi come Napoli –, notoriamente un problema endemico della citta partenopea (che Pino Daniele aveva addirittura trovato il modo di volgere in poesia: ”Napule è na’ carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ sciorta”).
Poi una imbecille repressione ha trasformato gli stadi in sezioni distaccate del Rotary Club, popolate da austere signore che sorseggiano thè sollevando la tazza col mignolo, uomini di mondo che applaudono con la compostezza dovuta alla prima della Scala, sul sottofondo del Coro dell’Antoniano di bambini convinti di trovarsi a un luna park, solo un po’ diverso. In ogni epoca, per un fortunato paradosso, il popolo è però più intelligente dei suoi governanti (che pure è stato il popolo a nominare). Senza eguali l’ironia napoletana, quando, squalificato l’Olimpico per i cori razzisti (sic!) a una Roma-Napoli di Coppa Italia, la Curva B del San Paolo rispose la domenica successiva autoflagellandosi proprio con quel repertorio di insulti che si sentiva rivolgere nei vari stadi d’Italia: ”Napoletani, noi siamo napoletani”, ”Lavaci col fuoco, oh Vesuvio lavaci col fuoco”, ”noi col sapone non ci siamo mai lavati”, un’apparente masochismo che in realtà esprimeva una sofisticata e colorata vis polemica contro sanzioni tanto ipocrite quando inconcludenti, anche se politicamente premianti. Certi dotti rappresentanti delle istituzioni conoscono gli stadi come certi eruditi professori conoscono i ramarri: ne hanno visto sbucar fuori uno dal venticinquesimo canto dell’Inferno di Dante.

”Napoletani, voi siete napoletani”, ma sul finire del 1860, per le strade della città, sarebbe forse riecheggiato il canto ”napoletani, voi siete … italiani!”. I Borboni erano stati cacciati, le terre meridionali annesse al Regno di Sardegna, l’Italia prendeva forma, non solo geograficamente, ma anche in senso politico, con l’impegno dei governanti a uniformare leggi, regolamenti e procedure amministrative. ”Libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra. A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nello attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli che ebbero consuetudini ed ordini diversi veglierete perché l’unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere menomata”. Re Vittorio Emanuele II, il 17 marzo 1861, nel suo primo discorso al Parlamento italiano.

Il sistema postale era toccato da vicino dal vasto e intenso processo di riforma dell’assetto istituzionale e il francobollo – la grande innovazione del momento – ne era il messaggero inconsapevole. Con ormai alle spalle le rocambolesche vicende delle due sorelle azzurre, la ”Trinacria” e la ”Crocetta”, per i responsabili dei servizi postali era il momento di progettare e attuare soluzioni definitive – per quanto di definitivo può mai esserci a questo mondo –, a partire proprio da quegli aspetti esteriori e di facciata, che nella loro ”superficialità” – nel senso letterale di ”stare in superficie” – sono per ciò stesso i più visibili e percepiti. Al francobollo – lo strumento pratico per “far viaggiare” la posta – andava consegnata un’appropriata veste formale, un abito governativo adeguato. Il francobollo doveva ora indossare la divisa della nuova casa reale.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mar 21, 2017 1:19 pm

ORFANI E VEDOVE (repetita iuvant)

Ho scritto qualche pagina fa un post sula ”qualità”, di cui riporto lo stralcio finale (che ne rappresenta la sintesi):

Pitigrilli ha scritto:Quando vi propongono un francobollo “luxus” o “d’amatore”, chiedetene anzitutto il pedigree, la storia, il curriculum, la genealogia, la discendenza. In filatelia, è vero, può succedere di tutto e di tutto in effetti accade – basti pensare ad alcuni clamorosi ritrovamenti, anche recenti; ma, sapete, la qualità è una regina, e per quanto ci siano più cose tra cielo e terra di quante la nostra immaginazione ne possa concepire, a tutt’oggi non si ha notizia di nessuna principessa, di nessuna erede al trono, futura regina, abbandonata sui gradini di una chiesa ad una incerta sorte, che impedisca di conoscerne gli avi, risalire al casato, ricostruire l’araldica.


Perdonerete l’autocitazione, ma voglio tornare a stressare il punto con forza. La qualità non sbuca fuori dal nulla. Se un commerciante vi magnifica il suo materiale, che vi sta proponendo in vendita, chiedetegli di ricostruirne il pedigree, se ve lo presenta come di “qualità eccelsa”, perché il 99% della qualità è ormai censito, registrato, schedato. Potrebbe anche accadere – e cosa non accade sotto il sole? – di trovarsi davanti a esemplari obiettivamente straordinari, che parlano da sé, lasciando voi ammutoliti, e pur tuttavia sprovvisti di una storia, di un blasone, di un’araldica. Che sia quell’1% sfuggito all’anagrafe? Può darsi, ma voi diffidatene ugualmente, per quanto straordinari siano, anzi diffidatene tanto più intensamente quanto più sono straordinari.

”Credi alla metà di ciò che vedi, e a nulla di ciò che ti raccontano”. Questo consiglio – datomi spassionatamente da un laureando, quando io ero ai primi giorni di università – l’ho sempre trattenuto in tutte le cose della mia vita. Filtra massicciamente le narrazioni altrui e all’occorrenza impara a dubitare anche delle tue più dirette sensazioni oculari. Gli occhi ingannano, le illusioni ottiche esistono e in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore, cantava Battiato.

L’Accademia delle Scienze smise a un certo punto di esaminare i lavori sulla ”quadratura del cerchio”, che riceveva a flusso continuo, dai più disparati personaggi. Henry Poincarè congetturò sulle ragioni della scelta, attribuendo a uno dei membri un pensiero che suonava così: “Abbiamo confrontato la probabilità che un problema di collaudata difficoltà sia stato risolto da un genio ancora sconosciuto con quella che al mondo vi sia un pazzo in più. La seconda ci è apparsa enormemente più elevata della prima”. E smisero così di dedicare tempo e energie all'esame di quei tentativi, prendendosi il rischio di cestinare a prescindere una tra le più grandi rivelazioni matematiche di tutti i tempi, se mai qualcuno fosse davvero riuscito a dimostrarla.

Ragionate anche voi allo stesso modo, con la qualità. La probabilità che vi sia un truffatore o un burlone in più è incommensurabilmente più elevata della probabilità che il miglior esemplare di un francobollo degli ”Antichi” sia orfano o vedova di una storia, di un pedigree, di una narrazione.

Grüße an alle Sammler der italienischen Staaten, wo immer sie sind! :D

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » lun mar 27, 2017 12:28 pm

NAPOLETANI, VOI SIETE ITALIANI – seconda parte

Il crinale tra il 1860 e il 1861 è segnato da un evento per nulla scontato solo pochi mesi prima, la successione dei Savoia ai Borboni nei dominî dell’ormai decaduto Regno di Napoli. Il passaggio di consegne tra il dittatore Generale Giuseppe Garibaldi e il luogotenente Regio Marchese Carlo Luigi Farini è l’interludio di quel processo di unificazione istituzionale, per certi versi non meno travagliato delle battaglie sul campo per la conquista fisica dei territori meridionali. La riforma del servizio postale era nell’agenda della nuova classe politica, sul piano propriamente amministrativo delle tariffe, ma anche nei termini di quegli oggetti, i francobolli, che ne rappresentavano la manifestazione tangibile.

Se un semplice atto di burocrazia era sufficiente per attuare il tariffario sardo nel napoletano, anche la rivisitazione dei francobolli avrebbe potuto procedere con naturalezza, almeno in astratto, in punto di teoria. Il Regno di Sardegna aveva emesso nel tempo quattro distinte serie di francobolli, le prime tre con i valori da 5, 20 e 40 centesimi, la quarta a spettro più esteso, dal 5 centesimi al 3 lire, passando per i bolli intermedi da 10, 20, 40 e 80 centesimi. Nulla di più di facile, in teoria, che inviare a Napoli le necessarie provviste di francobolli della ”IV di Sardegna”, come l’avrebbero chiamata più tardi i collezionisti appassionati delle sfumature di colore. Facile solo in teoria, però; perché dentro le istituzioni, nei gangli della burocrazia, dietro le leggi e i regolamenti ci sono anche gli uomini, e l’anche non è un inciso secondario.

Nelle vicende postali delle ”Province Napoletane” (compartimenti di Bari, Chieti, Cosenza e Napoli) s’intrecciano presumibili antagonismi tra i centri di potere di Napoli e Torino, accentuati dalla ”confusione istituzionale” dovuta alla presenza di alcuni funzionari della direzione di Torino nella direzione generale di Napoli (da cui probabili ordini e contrordini e conferme e smentite di ogni sorta).

Il Barone Gennaro Belelli – direttore delle poste napoletane, dal settembre 1860 – aveva avviato in autonomia la stampa di nuovi francobolli in centesimi, da 5, 10, 20, 40 e 80, sulla falsariga dell’iconografia dell’ultima emissione sarda, senza alcun consulto preventivo con la direzione “centrale” piemontese. Da Torino – siamo tra il gennaio e il febbraio del 1861 – il direttore Giovanni Barbavara stigmatizzava quell’esuberante intraprendenza, censurava quella fuga in avanti, non tanto perché suonava come uno sgarbo alla gerarchia, quanto per il timore di possibili falsificazioni – vi sentireste di biasimarlo? – nonché per la discrasia tra la valuta dei francobolli (in centesimi) e la monetazione (in grana) ancora persistente nel napoletano; ma il Bellelli, insensibile a questioni di protocollo, o forse sentendo di dovere obbedienza alla luogotenenza napoletana più che al Governo di Torino, replicava che di li a poco i nuovi francobolli sarebbero stati pronti all’uso; e in quegli stessi giorni, con un atteggiamento paradossale solo in apparenza (solo per chi non conosce le pulsioni dell’animo umano), rispediva a Torino un piccolo quantitativo di francobolli della ”IV di Sardegna”, provenienti dalla direzione generale, perché ”il loro valore è indicato in lire e centesimi e conseguentemente non sarebbero da potersi agevolmente usare”.

Quindi, secondo il Barbavara, il Belelli aveva sbagliato nel concepire francobolli in centesimi per luoghi dove circolavano ancora i grana, ma nel frattempo era giunto a Napoli un campionario di bolli sardi (pensando forse a una maggiore digeribilità dei centesimi ”ufficiali” made in Sardegna, rispetto a quelli ”ufficiosi” di Napoli), che il Belelli si era premurato di restituire al mittente, perché indaffarato a stampare i suoi (pensando forse a una più agevole conversione dei napoletani dai grana ai centesimi, se quei centesimi avessero avuto l’odore del mare natio). Ragionamenti irreprensibili da ambo i lati, non c’è che dire.

Il braccio di ferro tra Napoli e Torino si risolse con un atto d’imperio delle autorità piemontesi, il declassamento della direzione postale di Napoli, nel marzo del 1861, e la ”messa a disposizione” del barone Belelli, sostituito da Carlo Vaccheri, già da qualche tempo nella città partenopea per ordine della direzione centrale, allo scopo di supervisionare il servizio postale del meridione.

E nel mezzo un episodio gustosissimo, di marca tutta napoletana, della serie ”chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdàmmoce ’o ppassato, simmo ’e Napule, paisà!”. Nella baraonda di centesimi italiani stampati a Napoli, di grana napoletani prodotti a Torino, di centesimi palleggiati tra Torino e Napoli, e della preoccupazione comune, a Napoli e Torino, di far accettare i centesimi a chi ragionava in grana, il Belelli se ne uscì con una proposta che avrebbe salvato grana, centesimi, Napoli e Torino: ”io ormai li ho stampati, i miei francobolli in centesimi; e voi avete stampato i vostri, in grana; a Napoli nessuno calcola in centesimi, ma a Torino sì; e a Torino nessuno ha mai usato i grana, ma a Napoli non si sa pensare altrimenti; e allora … chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato … accattatevi i miei centesimi che io mi raccatto i vostri grana … simmo ’e Napule, paisà!”. Ma ”Barbavara” non sembra propriamente un cognome partenopeo e il Belelli non aveva forse messo a fuoco che ora … napoletani, voi siete italiani!

La stampa di quei curiosi francobolli – icone sarde, di produzione napoletana – fu sospesa il 3 aprile; i funzionari procedettero a stretto giro a un puntuale inventario e quasi due milioni di pezzi – tra ordinari, varianti e mezzi lavorati – furono spediti all’amministrazione postale di Torino; altri furono distrutti, perché variamente difettosi.

Questi francobolli sono i ”non emessi” (delle Province Napoletane); la parola, nel gergo filatelico, indica quei valori postali equivalenti ai francobolli regolarmente in circolo, di cui era già pronta una prima fornitura, e tuttavia mai distribuiti (per le più varie ragioni); la denominazione è perciò tecnicamente corretta, vista la genesi e il decorso dei ”centesimi napoletani”; ma se già il saggio da 5 grana del Masini era riuscito a passar per posta di straforo, perché mai analoga sorte non poteva toccare anche ad alcuni di questi altri pezzi? Domanda retorica, ovvio.

Sono unanimemente riconosciuti quattro esemplari usati del 5 centesimi (uno, annullato “Paola”, apparteneva alla collezione Ferrari De la Renotière); uno del 20 e due del 40 centesimi (che in origine formavano una coppia, anche se adoperati a un giorno di distanza l’uno dall’altro); e uno dell’80. C’è una diatriba – non saprei dire se ancora in corso oppure risolta – sul numero dei 10 centesimi (tre o cinque?), che fanno oscillare il conteggio complessivo dei ”non emessi” tra undici e tredici esemplari. La serie completa è la più rara della filatelia italiana (fu esposta nel 2002 a Monacophil, da Giorgio Colla, poi nel 2011 da Bernardo Naddei, in una mostra a Montecitorio).

I timori del Barbavara – su possibili frodi o manipolazioni, per delle stampe realizzate lontano dalla casa madre – erano qualcosa in più di una semplice manifestazione ansiogena. I ”non emessi” passati per posta furono con ogni probabilità trafugati durante le originarie operazioni di stampa, o nel corso delle procedure di conteggio successive al sequestro, e i profittatori li tennero nascosti per un po’, prima di persuadersi a metterli in giro. Il primo uso conosciuto a Napoli è del 18 marzo 1862, ma la prima data in assoluto è il 31 maggio 1861 a … Torino!

Se non proprio il mondo intero, perlomeno la neocostituita Italia era già tutta un piccolo paese.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » lun mar 27, 2017 4:52 pm

NAPOLETANI, VOI SIETE ITALIANI – terza parte

C’è un episodio di folklore filatelico, del primo dopoguerra, collegato ai “non emessi” (con leggere varianti narrative). Un collezionista – il principe Pamphilj o il maggior Levy? – si trovava Londra, nel negozio di un commerciante, e in un album di francobolli della ”IV di Sardegna” ne vide uno dissimile dagli altri, isolato in una pagina apposita, con accanto il contrassegno “falso”. Nella versione più estesa del racconto, il collezionista si dimostrò comunque interessato all’acquisto – probabilmente per averlo come metro di confronto – ma l’impiegata si rifiuto di cederlo per motivi di reputazione – ”noi non vendiamo francobolli falsi!” – e mantenne l’intransigente posizione, dopo aver interpellato il titolare, nonostante la generosa offerta di 5 sterline del collezionista. Il presunto ”forgery” fu in seguito regalato dalla casa filatelica a un cliente italiano, che lo cedette poi ad Alberto Bolaffi, il quale lo rivendette tempo dopo. Quel francobollo però non era falso. Era solo diverso. Quel francobollo era … l’unico 20 centesimi ”non emesso” usato delle Province Napoletane! (in effetti, sebbene gli stereotipi siano piuttosto simili, il confronto tra la ”IV di Sardegna” e i ”non emessi” ne svela con immediatezza le differenze: le diciture sono più grandi e nette nell’emissione napoletana, le perline più piccole anche se più appariscenti, e l’effige sovrana è inclinata all’indietro).

Se nel dietro le quinte del sistema postale meridionale andava in scena una nuova, improvvisata ”sceneggiata napoletana”, sul palcoscenico principale si marciava con pari intensità, in vista della rappresentazione ufficiale.

La stampa dei francobolli borbonici era ufficialmente cessata nel dicembre 1860 (anche se forse si protrasse sino al gennaio 1861 e lo stock in essere continuò comunque a esser usato ancora a lungo); la ”Trinacria” e la ”Crocetta” erano state due meteore, di cui ora s’intravedeva solo la scia; nei territori dell’ex Regno di Napoli si preferì per varie ragioni mantenere la luogotenenza – anche ben oltre l’unità di Italia, sino ai primi di novembre del 1862 –, ma i francobolli ufficiali del nuovo Re non potevano aspettare, il cronometro dei servizi postali batteva un ritmo più veloce, rispetto al tempo delle mediazioni politiche.

Il servizio postale delle Province Napoletane era stato istituito dal luogotenente Farini, col Decreto nr. 156 del 6 gennaio 1861; l’emissione ufficiale – in moneta napoletana, tornesi e grana – fu curata a Torino da Francesco Matraire, che riprese la logica iconografica della ”IV di Sardegna”; i valori da ½ tornese e 1, 2, 5 e 20 grana furono emessi il 14 febbraio (e da lì a due settimane, l’1 marzo 1861, sarebbe stato esteso il regime tariffario sardo a tutti territori annessi a seguito dei vari plebisciti); apparvero dopo, a distanza di circa un mese, i valori da ½ grano e da 10 e 50 grana, a riprodurre la stessa scalettatura dei bolli borbonici (con l’aggiunta del ½ tornese, per stampe e giornali).

Di questi francobolli – pur ideati e realizzati per un uso circoscritto alle Province Napoletane – se ne conoscono impieghi anche in altre citta italiane – Milano, Ascoli e alcuni centri minori – perché di là della desueta monetazione erano a tutti gli effetti giudicati valori ”italiani”; ebbero corso regolare anche nelle ex-enclavi pontificie di Pontecorvo e Benevento; un uso eccezionale si ha in luogo dei bolli del Governo Provvisorio di Toscana, presso la posta militare funzionate nel napoletano; esistono affrancature miste con i valori borbonici e, decisamente più rare, con i due provvisori da ½ tornese e con francobolli sardi e italiani.

Borboni o Savoia, Napoli o Italia, grana o centesimi, ai falsari poco importava. Anche i francobolli delle Province furono oggetto di falsificazioni, che risparmiarono solo i bassi valori da ½ tornese, ½ grano e 1 grano (poco remunerativi) e l’alto valore da 50 grana (di più difficile smercio).

La serie delle Province Napoletane fu poi sostituita dalle emissioni sardo-italiane, dall’1 ottobre 1862 (con un periodo di grazia di due settimane, tollerata fino al 15 ottobre).

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » lun mar 27, 2017 5:09 pm

TRA ASTE E FASCINO DELL'EX (repetita iuvant)

Ho ricevuto il magazine ”Best Bid”, della Bolaffi. È una rivista di puro marketing, che riassume gli esiti delle aste più recenti – peraltro ormai ad ampio spettro – e introduce le aste che verranno. Nulla a che fare, dunque, con la cosiddetta ”cultura filatelica”. Qualcosa di interessante tuttavia si trova sempre, e voglio stralciarne due passaggi – il primo dall’editoriale Giulio Filippo Bolaffi, il secondo di Alberto Ponti da un articolo su Maurice Burrus – che ritengo particolarmente espressivi:

Per il mondo delle aste il 2017 si preannuncia all’insegna di grandi e rapidi cambiamenti, alcuni positivi, altri no. Da un lato sempre più persone si stanno avvicinando a questa tipologia di acquisti e vendite, che, grazie alla spinta propulsiva di Internet, non è più riservata solo a professionisti o a collezionisti molto evoluti. D’altra parte sta capitando anche che i mercanti tradizionali, incapaci di smaltire il proprio stock alla vecchia maniera, saturino il mercato delle aste con oggetti già visti in negozio o propongano la propria merce a prezzi improbabili o, peggio, la combinazione delle due circostanze”.

Viene così confermato ancora una volta il principio, valido non solo per la filatelia ma per ogni altro settore antiquariale, secondo il quale, in questo momento caratterizzato da una vasta offerta sul mercato di esemplari di tutti i paesi del mondo, a contare sempre di più, oltre alla qualità intrinseca del materiale, è la provenienza da importanti collezioni del passato, per cui esista la documentazione di storici cataloghi”.

Già, proprio così.

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mar 28, 2017 9:20 am

LA STORIA DEI FRANCOBOLLI, I FRANCOBOLLI NELLA STORIA – prima parte

Provate a leggere le vicende della seconda guerra mondiale in un qualsiasi libro di storia; e poi rileggete quegli stessi fatti nei giornali dell’epoca o meglio, se fosse possibile, nel diario personale di un adolescente di allora. Ne riceverete una sensazione di così violento contrasto, da dubitare che si stia parlando degli stessi avvenimenti.

Nel primo caso – nel libro di storia – è tutto un chiaro susseguirsi di cause e effetti, tenuti assieme da una stringente logica interpretativa, che fa apparire ogni cosa ovvia, scontata, sia nell’esito che nei passaggi intermedi, i fatti non sarebbero potuti andare diversamente da come si sono svolti, tanto ferrea era la consecutio che li teneva legati, quanto ineluttabile il loro destino, e in ultima analisi è accaduto tutto e solo ciò che doveva necessariamente accadere, per date premesse, anch’esse inevitabili.

Nel secondo caso – nei giornali o nel diario – è un alternarsi di luci e ombre, un instabile intercalarsi di punti interrogativi e punti esclamativi (per l’incertezza sul futuro, fosse anche quello del giorno dopo, per lo stupore dei fatti presenti, imprevedibili anche solo il giorno prima), è un isterico inseguirsi tra le più disparate sensazioni, senza che l’una abbia tempo di manifestarsi appieno che un’altra vi è già subentrata, è un mondo in chiaro-scuro, dove di ogni cosa può accadere anche il suo contrario.

Più prosaicamente, guardate il lunedì sera i risultati dell’ultima giornata di campionato; e ora che vi sembrano “ovvi”, per quanti ce ne siano di bizzarri, chiedetevi come mai quella stessa “ovvietà” non la sentivate appena due giorni primi, il venerdì sera, quando vi avrebbe fruttato un bel po’ di denari, se solo vi aveste dato seguito con una scommessa ben piazzata.

Oppure, in una via di mezzo, pensate al recente euro-dramma della Grecia: oggi, a un paio d’anni di distanza, con la storia alle spalle, sembra tutto inevitabile; ma nel cuore di quella notte di un referendum da ”dentro o fuori”, una scommessa a testa&croce o un giro di roulette sarebbero stati un minor azzardo, rispetto a una previsione su quel che sarebbe accaduto al sorgere del sole.

Certo, la storia deve prima concludersi, se la si vuol ordinatamente raccontare; ma il beneficio della retrospettiva non è mai neutrale, innocente o innocuo; sapere come sono andate le cose, conoscere l’ultima pagina del libro, avere la consapevolezza di dove si andrà a parare, è un fattore condizionate decisivo, diciamo pure distorsivo, nella ricostruzione e nella narrazione della storia; ogni evento, dal più pregnante al più insulso, è visto, analizzato e collegato a tutti gli altri eventi, grandi o insignificanti, in funzione di quell’esito; tutto deve tenersi, e tutto si fa in modo che si tenga, per giustificare quello sbocco; i singoli fatti, che disposti in sequenza fanno la storia, hanno una loro logica – devono averla, altrimenti come faremmo a ricordarla? – e una logica gliela s’impone a forza, in modo da assicurarne la coerenza con la scena finale.

Un rimbalzo a destra o a sinistra, a causa di una zolla; una palla che va di qua o di là, per un tocco involontario; un tiro che attraversa una selva di gambe, o che s’infrange sull’unico giocatore rimasto a difendere, e tutto un sistema di valori e teorie viene sovvertito, capovolto, ribaltato: da zero a mito, da mito a zero, da eroi a pavidi, da traditori a patrioti, dall’entrare nella storia a cadere nell’oblio, dall’esser dimenticati alla conquista dell’immortalità.

Guardateli bene i vostri libri di storia. Vi scorgerete un demone seduto sopra. È il demone del caso; e se presterete orecchio ne sentirete i ghigni e lo stridor dei denti, ogni qual volta, nel leggere quei libri, penserete che in fin dei conti è successo solo ciò che doveva accadere, che le cose non potevano andare diversamente, che tutto sta ordinatamente in fila, come il quattro viene dopo il tre col solo compito di preannunciare il cinque …

Piti.
Ultima modifica di Pitigrilli il mar apr 04, 2017 8:31 pm, modificato 1 volta in totale.
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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mar 28, 2017 9:25 am

In occasione del traguardo delle 2.000 visite, reitero le mie proposte di acquisto.

Pitigrilli ha scritto:.

PROPOSTA DI ACQUISTO NR. 1: Asta Bolaffi 30 novembre – 1 dicembre 2012, lotto nr. 167. Offerta: 100% del valore pieno del Catalogo Sassone 2017.

PROPOSTA DI ACQUISTO NR. 2: Asta Bolaffi 8 giugno 2012 (“Collezione Tirreno”, seconda parte). Lotto nr. 508. Offerta: 300% del valore pieno del Catalogo Sassone 2017.



f.pitigrilli@virgilio.it ... scrivetemi! :D

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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar mar 28, 2017 3:47 pm

LA STORIA DEI FRANCOBOLLI, I FRANCOBOLLI NELLA STORIA – seconda parte

Perché collezioniamo? Cosa ci attrae di questi oggetti, piccoli e fragili, al punto da dedicargli incessantemente tempo, energie e denari, e da consentirgli di trasportarci in un mondo parallelo, una sorta di ”Matrix”, in cui, per quel poco che si vada oltre la più immediata apparenza fisica dell’oggetto, si scorge un paradiso di emozioni e un inferno di desideri, da cui non si vuol più uscire?

La follia, dirà chi ci osserva da fuori. Sì, può darsi. Viene però da chiedersi in cosa consista la loro saviezza, la razionalità di chi ci giudica. Quando un integerrimo salutista vide una signora accendersi una sigaretta dopo l’altra, non poté trattenersi dal domandarle quanti pacchetti consumasse al giorno e da quanto tempo avesse il vizio; alla risposta della signora, il salutista si tuffò in una serie di calcoli, tutti precisi e inappuntabili, per poi concludere: ”… si rende conto che con tutti i denari spesi in questi anni, per queste stupide sigarette, lei a quest’ora si sarebbe potuta comprare una villa al mare?”; la signora, preoccupata di disegnare per aria dei bei cerchi di fumo, che non delle occasioni perdute a cause delle sigarette, replicò con un vago disinteresse: ”mi scusi, lei fuma?”; “ovvio che no!”, rispose il salutista; ”ah …”, concluse la signora, compiaciuta dei suoi cerchi, ”… e dov’è la sua villa?”.

Devo ancora incontrarlo chi, grazie alla sua non-passione per i francobolli, sia riuscito a comprarsi una villa, o a far avanzare di un passo la scienza, la tecnica e la cultura per avergli allocato il suo ingegno, o più semplicemente a diventare una persona appena migliore, per il tempo dedicato a meditare su se stesso e sulla vita, anziché speso su quei rettangolini di carta colorata.

Ogni oggetto, se schiacciato nella sua dimensione materiale, è vacuo, effimero, insignificante, è solo un oggetto; un quadro, materialmente inteso, sono solo colori su una tela, e restano colori su una tela, anche se sotto c’è la firma di Van Gogh; una partita di calcio sono solo ventidue giovanotti strapagati, che corrono dietro a un pallone; un concerto – qualunque concerto: scegliete voi il genere – è solo una successione di onde sonore, un mero fenomeno fisico; i monumenti storici sono solo pietre o blocchi marmo appena rifiniti. Qualunque cosa deve “farsi materia”, anche la più sublime, se vuol esser percepita; ma se poi non sappiamo andare oltre la “materia”, se rimaniamo confinati in quella pur ineludibile “materialità”, allora nulla potrà mai interessarci, non ci sarà niente che meriti sforzi o attenzioni, nessuna cosa – rimanendo una cosa – potrà avere il ben che minimo valore, economico o anche solo simbolico. Penso siano queste le migliori definizioni di cinico e cinismo.

Quindi, perché collezioniamo?

Piti.
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Re: Note sparse sul collezionismo degli Antichi Stati Italia

Messaggioda Pitigrilli » mar apr 04, 2017 8:59 pm

LA STORIA DEI FRANCOBOLLI, I FRANCOBOLLI NELLA STORIA – terza parte

La filatelia – il piacere di collezionare francobolli, oltrepassando la loro mera funzione pratica – è una passione che viaggia per i due secoli di vita; la filatelia ha attraversato guerre e periodi di pace, depressioni e boom economici, è passata per ogni sorta di regime politico, accomunando lungo il cammino persone di ogni età e classe sociale; rimane un hobby specialistico, settoriale e circoscritto, e tuttavia “denso”, riccamente popolato di appassionati, e soprattutto eccezionalmente resistente al tempo, alle mode, all’oscillare dei gusti e delle novità.

La filatelia sembra avere in sé la sorgente dell’eterna giovinezza. Di quando in quando qualche giacomino leopardino ne diagnostica patologie infauste, dal coma irreversibile alla morte clinica, immancabilmente corredate dall’amara considerazione che ”non è più come una volta”. Ma la filatelia è pronta a ribattere, come Al Pacino in ”Carlito’s Way”, ”… tranquilli, ho un cuore che non molla mai, non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Certo, passa il tempo, cambiano le sensibilità, si modificano i modi del pensiero e dell’azione, e in tanti ne possono restare spiazzati, rispetto a radicate convinzioni (per me, a esempio, rimane un mistero la propensione di molti collezionisti a comprare Antichi Stati su e-bay o altre simili piattaforme, e anch’io a volte finisco col pensare che, di questo passo, ci scaveremo la fossa con le nostre mani); ma ogni volta, a ogni giro, la filatelia ha la capacità di assorbire il colpo, di rimodularsi e ripartire; è un organismo perfetto, con una biologia tutta sua, che gli consente di metabolizzare qualunque situazione, dalla più convenzionale alla più eccentrica, all’occorrenza eliminando le “scorie” (speculatori, avventori occasionali, collezionisti di quart’ordine, …), per trattenere solo il meglio, per rafforzare lo zoccolo duro di autentici appassionati; è un corpo che cicatrizza e fa sparire ogni ferita, delle più lievi a quelle dalle apparenze fatali, per riprendere il suo viaggio, più forte di prima.

Qual è il suo segreto? La risposta che mi son dato è nella poliedricità, nell’ecclettismo, nelle variopinte sfaccettature che ne caratterizzano l’anima. La filatelia ha una molteplicità di percorsi e suggestioni, è una musa in grado di ispirare chiunque, qualunque siano le sue inclinazioni, la sua indole, la sua personalità. Le vie della filatelia – se non infinite, come quelle di Iddio – sono senz’altro numerose: alcune sono ortodosse, altre meno; ci sono strade trafficate e altre poco battute; si può viaggiare in autostrada o per sentieri di campagna (o per statali, provinciali o vie di città); si può essere rapiti da alcuni aspetti e annoiati da altri (un po’ come in matematica: il mio professore di calcolo delle probabilità, per dire, parlava delle ricerche avanzate di algebra astratta come di un settore dove “si sente l’odore stantio della morte”). È sol perché la filatelia ingloba tutto, che può resistere a tutto: se una delle sue molteplici dimensioni s’indebolisce, ce n’è sempre un’altra che parallelamente si rafforza, e che magari manterrà il suo nuovo vigore anche quando la prima si sarà ripresa, avendo così un organismo progressivamente più forte, di là dei contraccolpi o delle battute d’arresto del momento.

Per me – per il mio animo, per le mie inclinazioni e il mio interesse – la filatelia degli Antichi Stati ha un’attrattiva in larga misura riconducibile a due dimensioni.

La prima è nel connubio tra le piccole storie personali dietro ai francobolli e la capacità dei francobolli di raccontare la grande storia dell’umanità da una prospettiva privilegiata, che smorza almeno in parte quella “fallacia della narrazione” tipica dell’insegnamento convenzionale. I francobolli del Regno di Napoli e delle Province, sotto questo profilo, sono un caso paradigmatico ineguagliabile.

L’intraprendenza dell’Autran, frustata da usi e costumi cui non si può certo rimproverare la fretta; l’originario incarico al Masini e l’improvviso passaggio di consegne ai De Masa; il tentativo di Masini di riprendersi ciò che riteneva di sua proprietà, con quel bizzarro seguito, degno di un alto pezzo di teatro napoletano; la versione sofisticata di ”guardie e ladri”, con l’azione dei falsari e la reazione delle autorità postali, in un gioco di mosse e contromosse, non scevro da paradossi, capace di colorare di una poesia tutta partenopea un fenomeno obiettivamente biasimevole; il corporativismo degli editori di giornali – oggi diremmo la “lobby” – all’arrivo di Garibaldi; e poi la rocambolesca lotta di potere tra Napoli e Torino, per la primazia sui francobolli del nuovo Re, anch’essa dagli sbocchi impensati. Son tutti fatti che ci raccontano le piccole vicende di un’epoca, tracciano l’identikit dei diversi protagonisti che vi stanno dentro, tessono la trama che li lega l’un l’altro, proprio come avverrebbe in un romanzo d’avventura, con la differenza che invece è la realtà, più immaginosa di ogni fantasia.

E sullo sfondo delle piccole storie c’è la Grande Storia, quella dei libri ufficiali, di cui i francobolli sono esegeti e narratori del tutto particolari. I testi scolastici raccontano di un Garibaldi partito da Quarto, per liberare il meridione dalla tirannia borbonica. Ci esprime così – con queste parole, “liberare” e “tirannia” – perché si conosce l’esito dell’azione garibaldina, perché sappiamo come sono andate le cose, e le filtriamo oggi col beneficio della retrospettiva; ma mentre quei fatti accadevano, mentre Garibaldi risaliva la penisola, sarebbe stato più corretto parlare del ”bandito Garibaldi”, che voleva sovvertire un ordine costituito, per impossessarsi con la forza di un Regno altrui; nei Dominî al di qua del Faro, mentre Garibaldi risaliva verso Napoli, le popolazioni meridionali continuavano a far uso dei francobolli borbonici, e avrebbero continuano anche dopo, anche successivamente all’unità d’Italia, offrendo ai filatelici di oggi l’affascinante possibilità di raccontare la Storia attraverso la storia postale.

La selezione ragionata di lettere affrancate con bolli borbonici, che recano alcune “date simbolo” o viaggiate in periodi nodali – l’arrivo dei “Mille” in Sicilia, la dittatura garibaldina, la luogotenenza, il giorno dell’unità d’Italia, la fase successiva – dà una prima, chiara percezione di quanta inerzia vi sia nel fluire della Storia, tanto più che quelle lettere contengono a volte puntuali resoconti “in tempo reale” del trambusto di quei giorni, che non potrebbe apprezzarsi altrimenti.

Poi la ”Trinacria”, con i simboli borbonici intinti nell’azzurro di casa Savoia, e a seguire la ”Crocetta”, che avrebbe dovuto raschiar via – in tutti i sensi – un’araldica da ancien régime, ma in cui a volte si scorgono ancora i gigli dell’originaria tavola del ½ grano; i francobolli delle Province – con l’effige del nuovo Re, ma in valuta borbonica – che non di rado si trovano accanto agli stessi francobolli borbonici, in affrancature miste di grande fascino (specie se timbrate con l’ANNULLATO napoletano, che sul volto di Vittorio Emanuele II fa sempre un certo effetto). Sono tutte testimonianze dirette del travaglio di quel periodo, che danno ragione della complessità del momento e gli restituiscono la drammaticità che gli è propria, mostrano con chiarezza il pathos di certi passaggi storici.

Questa è la prima delle due dimensioni del collezionismo degli Antichi Stati che mi ammalia. E poi c'è la seconda ...

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